Scrivere non è facile. Molti pensano che sia sufficiente mettersi seduti davanti ad un computer, anche se fa molto più figo utilizzare una super vintage Olivetti Lettera 22, fare un respiro, bere un goccio di whisky, accendere una sigaretta ed iniziare a scrivere la storia più bella del mondo.

Hemingway

Forse per alcuni, pochi, anzi pochissimi fortunati è così. Ma non per me.

Per me ci vuole più tempo perché, quando inizio a scrivere qualcosa, non accade mai per caso. Non c’è nessuna illuminazione, nessuna folgorazione sulla via di Damasco, tutt’al più c’è qualche piccola scossetta, se mi viene in mente qualcosa di divertente. Può accadere per strada mentre guido, a casa mentre gioco con mia figlia, oppure camminando in riva al mare. Semplicemente accade.

shit happens

“Dimenticavo di dirle che, per scrivere, bisogna avere qualche cosa da scrivere”, diceva Primo Levi.

Se devo raccontare una storia, una vita, come spesso mi capitava quando scrivevo per Destini Incrociati, il risultato è un parto sofferto, che ha un travaglio di almeno una settimana, in cui prendo confidenza con un personaggio, ne studio il carattere, la biografia, alla ricerca di uno spunto da cui partire.

Certe volte mi siedo davanti ad un foglio bianco e mi sento un po’ come Michelangelo quando, appoggiando la mano su un blocco di marmo scelto con attenzione, sentiva all’interno il suo Mosè in attesa di essere liberato. Quante volte mi ritrovo a pensare ad alta voce, ripetendo l’inizio di una frase che mi metterò a scrivere cinque o sei giorni dopo.

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“Sono stato tutta la mattina per aggiungere una virgola, e nel pomeriggio l’ho tolta”, disse una volta Oscar Wilde.

E’ vero che, quando ti senti pronto, le frasi scivolano dal cervello sulla tastiera di un computer, attraversando le dita come un fiume in piena, ma è anche vero che, spesso, le mani affondano in una melma fangosa da cui è difficilissimo uscire.

Come non pensare alla frase “All work and no play makes Jack a dull boy” scritta centinaia di volte da un custode di un vecchio albergo di montagna mentalmente instabile?

shining

Ed ecco che ognuno di noi si costruisce un ambiente ideale in cui liberare la propria mente, una sala parto perfetta per generare i propri figli. C’è chi scrive al mattino, chi tutto il giorno, chi preferisce la notte. Io, che non scrivo per mestiere e quindi non sono obbligato da una casa editrice a fare orario d’ufficio davanti ad una tastiera, mi ritaglio quella che chiamo “la mia piccola writer’s hour” intorno alle dieci di sera, quando i ragazzi vanno a dormire e in casa cala il silenzio. Allora accade che senza whisky (non mi piace), senza sigarette (non fumo) e con un respiro alquanto regolare, le dita cominciano a picchiettare la tastiera del mio vecchio Macbook dalla batteria gonfia e dalla ventola rumorosa. E tutto quadra.

Concludo con l’invito a leggere una splendida poesia di Charles Bukowski intitolata “So you want to be a Writer?” che, più di ogni libro di teoria, riassume ciò che ogni scrittore deve fare prima di mettersi a combinare le lettere sparpagliate di una tastiera per trasformarle in un capolavoro.