“L’ha visto. Sì sì, s’è connesso alle diciottoezerodue. Ma non mi ha NEANCHE risposto”.

“Gli avevo chiesto una cosa IM-POR-TAN-TIS-SI-MA e l’ha ricevuto il mio messaggio, lo so che l’ha ricevuto”.

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Sì, sto parlando di WhatsApp. Odi et amo della comunicazione del 2013. Stalker di nuova generazione. Mezzo che ti mostra in continuazione se qualcuno ti sta leggendo oppure no.

Quella cosa che sì, ti fa risparmiare un sacco di sms, ma quante cazzate inutili ci fa dire e pensare?

Dai, confessatelo, quante volte durante il giorno credete che il vostro amico di una vita vi odi improvvisamente o che sia un vero cafone perché “WhatsApp mi dice che s’è connesso, ma non ha risposto”. Faccio outing, io in continuazione.

WhatsApp ci sta rovinando la vita, la privacy e i rapporti umani.

Quante parole inutili, continuamente, ci diciamo, solo perché farlo via WhatsApp è veloce? Molte. Moltissime. Quante cose idiote condividiamo, quante foto, quante battute… quanti misunderstanding, quante frasi dette con un tono idiota e lette come arroganti, quanti momenti importanti, sprecati con un messaggino che arriva mentre stai facendo tutt’altro e no, non puoi avere la possibilità di leggerlo con calma e rispondere quando puoi, perché la maggior parte delle volte l’altra persona la tua risposta se l’aspetta. E se l’aspetta subito.

E se ne perdi una, già pensano che sei uno stronzo. Lo penso anche io.

Sabato ho dimenticato il cellulare a casa, in carica. In borsa il vecchio Nokia scassato con il numero che uso per lavoro (sì sono patologica, ho ben due cellulari) senza connessione. A fine giornata il mio fidanzato mi ha detto “finalmente ci siamo riusciti a parlare senza che il tuo cellulare suonasse tutto il tempo”. Puoi zittirlo, lo so, “masepoidavveroèunacosaimportante?”.

Ma chi ti scrive qualcosa di importante su WhatsApp, è la risposta che dovrei darmi da sola!

E così suona, continuamente, un trillo fastidioso che sembra il verso di un topo, e lo fa una volta, due, tre, quattro, continuamente. Ah, e il mio vibra anche. Magari mentre stai parlando con qualcuno di qualcosa di interessante, facendo diventare isterici soprattutto i familiari, che a cena subiscono continue interruzioni “perché è WhatsApp”.

È pure pericoloso: da quando c’è WhatsApp cammino con il cellulare in mano scrivendo, rischiando un trauma cranico da incontro ravvicinato con palo della luce.

E quando tu cerchi di parlare a tavola con qualcuno e quel qualcuno scrive come un lobotomizzato con il telefono attaccato alla faccia, rispondendoti a monosillabi? Non c’è niente di più irritante (sì, lo faccio anch’io).

Ecco, ho deciso di dire basta. Di usarlo, perché risparmio e posso chattare anche con amici lontani, o condividere in una volta sola con la mia famiglia o le mie amiche, con cui ho creato dei gruppi, una foto, o un’informazione. Ma di zittirlo, e quando potrò risponderò, perché mi fa piacere leggere quello che avete voglia di scrivermi.

Ma ve lo dico di già: non sono una stronza, ho solo scelto di godermi la vita.

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