Quando ho compiuto 18 anni mia madre mi ha regalato “Le regole. I 35 comandamenti per trovare lui, per non perderlo più, per perderlo quando vi pare”.

Forte di una nuova Bibbia, ho scoperto di non dover richiamare, di non doverla dare e di dover tendenzialmente ignorare il genere maschile. Quanto meno fino al brillo. Brillante, ma non brillantissima nel rispetto dei dogmi (più o meno religiosi), ho pertanto inevitabilmente deluso mamma e altrettanto inevitabilmente richiamato, messaggiato, pregato. A tratti anche strisciato. Ovviamente solo per quelli che avrei dovuto perdere, perdendo quelli che avrei potuto sposare.

Finendo per dimenticare la lezione fondamentale: il famoso “perderlo quando vi pare”. Perché parliamo tanto della mancanza di uomini, quando a rovinarci la vita è proprio la loro presenza. Mentale. Unilaterale. Tutta nostra. Tutto tranne che fisica o reale.

È la sindrome di Penelope. Si fila, in attesa del ritorno di un fantomatico eroe di guerra preso a scoprire il mondo, anziché scoprirsi la moglie. Perché c’è sempre, in ogni armadio femminile che si rispetti, lo scheletro di un amato latitante, che oggi come oggi manco c’ha la scusa di essere un navigante. Ma che, forte del suo ricordo e della sua attesa, ci fa comunque rinunciare a farci un amante.

Arrivate al 2014 siamo forse più depilate, ma certamente non meno bacate: sostituito il mito di “Ulisse alla fin fine è tornato” con la leggenda metropolitana de “il bastardo alla fine è cambiato”, eccoci novelle filatrici, intente ad aspettare e disfare, aspettare e disfare nell’attesa che il maschiaccio di turno si decida a quagliare.

Non fosse che ad essere mitico non è il ritorno di Ulisse, ma la sua esistenza.

Perché Ulisse non solo è un uomo ed è intelligente. Ma è un uomo intelligente che risolve problemi. In modo autonomo. Se già questo di per sé non bastasse a renderlo, guarda a caso, un personaggio mitologico, ecco la ciliegina sulla torta: Ulisse se ne sta a stra-cazzeggiare in giro per il mondo ma, nonostante tutto, vuole (e sottolineo VUOLE) tornare a casa. Ai tempi del pre bacche di goji. Da una donna che, passata una ventina d’anni dalla sua fuitina, sta probabilmente ridotta un rudere. Putta a caso pure un tantino incazzato come rudere, forse. Perché passi la guerra, passi Polifemo, passino i Lotofagi, i Ciconi, Eolo, i Lestrigoni, Scilla, Cariddi, e i Feaci, ma bizzarro, e quanto meno indisponente, il fatto che sul proprio cammino verso casa Ulisse incappi in una “maga seducente” e si fermi al suo cospetto un anno, voglia per “sete di conoscenza” buttare un occhio alle sirene e non riesca proprio a fare a meno di farsi trovare nudo e sporco dalle ancelle di Calipso.

Ma tant’è: Ulisse torna. Cambiato. Per restare (e non si sa come data l’età, ri-figliare). Candidandosi come idolo incontrastato dell’utopia relazionale.

Perché noialtre che aspettiamo il ritorno di Ulisse bene che ci vada sotto mano il più delle volte abbiamo solo un Enea. Che scambiamo per un eroe in fase di ancoraggio anziché individuarvi un egocentrico di puro e semplice passaggio.

Sballotato dal fato, inviso alla sorte, destinato ad altra meta. Un altrimenti detto caga-dubbi. Eccolo Enea: l’uomo che c’è, ma non è affatto convinto di esserci. L’uomo che non progetta, ma si macera. Che non sceglie, ma lascia decidere agli altri. L’uomo che non vi molla, ma che di certo non vi prende. L’uomo che non capisci perché non c’è e quando c’è non lo capisci. Quello che ti ruba pure la parte e che al “cosa ti succede” si azzarda a risponderti “niente”. Con l’aria di chi però ha qualcosa, ma manco non te la vuole è proprio che non te la sa dire. Che se avesse una patria, o una donna a cui brama tornare, come Ulisse, lo capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Cambieresti nazione, assolderesti un killer, sapresti almeno contro cosa armarti e partire. Avresti una traccia, una trama, quanto meno un telaio.

Invece eccolo lì: il crogiolatore folle, l’irrisolto cronico. Quel “gran bravo ragazzo” che ti rovina la vita. Con quei suoi occhi da cucciolo da salvare, con quelle sue orecchiette basse non si sa bene per cosa, con quel suo procedere ondeggiante non si sa alla ricerca di cosa. Che, a suo modo, amarti ti ama. Ma, anziché perdersi nei tuoi occhi, preferisce perdersi in se stesso. Che non parte, ma non riesce a restare. Che non aspira a fare la storia, ma a farsi una storia (inconcludente) da raccontare. Che non cerca una compagna, ma un poeta epico che ne racconti ogni lagna.

Finchè, resati conto che, in compagnia di una bilancia mal calibrata che altalena (quando va bene) tra un “c’ho un dubbio” e un “c’ho un ripensamento”, ti si prospetta un futuro che definire “incerto” è un atto di ingiustificato ottimismo, smetti per un attimo di filare fantasie fiabesche e ti accorgi che avercene di sindromi da Penelope: tu sei in totale remake Didone.

Così ti accoccoli sul divano, stappi il vino e ingurgiti tutte le decorazioni di cioccolato avanzate dell’albero. Da domani cestinerai il suo numero (le sue chat, la sua mail, le sue foto… la ciocca di capelli che gli hai tagliato una notte per esporla al potere amoroso del chiaro di luna…), ti metterai a dieta e ti iscriverai in palestra. Così avrai il culo a zainetto delle 20enni. Così potrai smetterla di aspettare e iniziare a farti guardare da quelli che, anziché lasciarti a filare, si decideranno a farti il filo.

Ma che dico domani…domani è giovedì. E i buoni propositi, si sa, si iniziano di lunedì….