Il Carnevale è finito quasi ovunque. Dico quasi perché a Viareggio sabato 28 c’è l’ultima sfilata coi carri. Ma quanti di voi associano Viareggio a qualcosa d’altro? Certo, qualcuno penserà subito alle nonne al mare coi nipoti nel mese di giugno, qualcuno purtroppo alla storia recente di un’Italia che piange ancora le sue vittime nella strage dell’incidente ferroviario del 2009. E credo nessuno pensi invece alle gesta eroiche di un gruppo di palombari che agli inizi del secolo scorso fecero parlare il mondo.

È una storia che ha dell’incredibile e che ancora una volta ci racconta di un’Italia che se ci crede ce la fa. Peccato che in pochi la conoscano. Almeno nel nostro paese.

Sono i primi del Novecento, il mare a Viareggio dà lavoro a molte famiglie. Chi è imbarcato su qualche nave, chi è carpentiere, maestro d’ascia, segantino o funaio. Molti di questi durante il servizio di leva in marina chiedono di essere inviati alla scuola dei palombari del Varignano. Non c’è in loro l’ambizione di compiere lodevoli imprese sottomarine, certo che no. Si tratta semplicemente di un calcolo economico. Il palombaro guadagna di più di un marinaio, pur avendo il rovescio della medaglia di un rischio maggiore a ogni immersione. Basti pensare che all’expo del 1906 a Milano c’è un padiglione interamente dedicato ai palombari.

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Su tutti spicca un giovane, classe 1891: Alberto Gianni. Riduttivo dire sia solo un palombaro. Lui è un innovatore, un ideatore di ordigni subacquei. Come la torretta che l’ha reso famoso nel mondo in grado di scendere fino a 300 mt di profondità. “L’uomo deve rappresentare l’occhio che osserva per guidare l’opera, assurdo pretendere che a 70 metri, bloccato da pressioni esterne sproporzionate, egli possa usare le mani e le gambe. Assurdo e sbagliato”. La camera disazotatrice, che poi verrà chiamata camera di decompressione da cui discende la camera iperbarica che tutti conosciamo. Per non parlare delle benne per lavorare, della lampada da 1000 watt per vedere sul fondo o tutte le modifiche agli scafandri della Neufeldt & Kuhnke, ditta tedesca, sempre per rendere più sicuro il lavoro del palombaro.

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Il momento di dimostrare al mondo di cosa fossero capaci arriva nel 1929 quando la Corona Inglese perde l’Egypt, un piroscafo zeppo d’oro e d’argento, in un punto non ben identificato a sud della Manica, al largo del mare di Brest. Impossibile pensare di ritrovarlo. Vengono chiamate tutte le società di recuperi dell’epoca, ma nessuno riesce nemmeno a intercettare il relitto. Finché i Lloyd’s, che avevano assicurato il carico per ben 5 milioni e mezzo di dollari di allora, decidono di passare la patata bollente agli italiani. C’è una società a Genova, la So.Ri.Ma del commendator Quaglia, che ha imbarcato su una delle sue navi, l’Artiglio, un gruppo di valenti palombari viareggini, compreso il capo palombaro Alberto Gianni. Forse loro ce la possono fare. E ce la fanno.

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Il 30 agosto del 1930 individuano la nave a 130 mt di profondità. Alberto Gianni telegrafa alla moglie “Dagli occhi mi cadono lacrime di commozione e vorrei in questo momento abbracciarti, per ringraziarti del coraggio che mi hai sempre dato”.
La stagione però nel frattempo avanza e si decide di dare il via all’azione di recupero del tesoro dell’Egypt l’anno successivo. In attesa l’Artiglio viene spedito a Saint-Nazaire per demolire la carcassa del Florence H, una nave americana del periodo bellico naufragata con un carico di 150 tonnellate, tra esplosivo e munizioni. E il 7 dicembre del 1930 arriva il giorno fatale. L’Artiglio ed il Florence H esplodono insieme nella fase di smantellamento e con l’Artiglio se ne vanno molti di quei giovani coraggiosi che avevano solcato i mari ed erano riusciti laddove tutti avevano fallito, individuando l’Egypt.

La notizia della tragedia fa subito il giro del mondo. Molti pensano ormai sfumata l’impresa del recupero del piroscafo inglese e soprattutto del suo tesoro. Invece, altri palombari, cresciuti alla scuola di Alberto Gianni, sono pronti a portare a termine il lavoro cominciato. Loro sono sempre stati una famiglia. Il mare unisce. Le profondità marine ancora di più. Così nasce l’Artiglio II, che nel 1933 recupera 6 tonnellate e mezzo d’oro e 44 di argento, qualche tonnellata in più di quanto denunciato all’assicurazione. I palombari viareggini diventano leggenda in tutto il mondo.

La cosa incredibile è che in pochi conoscono questa storia. A Viareggio è nata qualche anno fa la Fondazione Artiglio che ogni due anni consegna il Premio Internazionale Artiglio a chi si è distinto in attività di carattere subacqueo a livello nazionale e internazionale. Quest’anno la premiazione, giunta all’ottava edizione, si terrà il 16 maggio a Viareggio e avrà come tema “ingegneria marina e ambientale”. Poterebbe essere l’occasione per visitare il Museo della Marineria e fare un giro tra gli oggetti e i ricordi di questi grandi uomini.

Immergersi nella storia gloriosa di un’Italia che a volte oggi sembra arrancare, non può che fare bene.

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