Stanchi di essere definiti “Cocchi di mamma – Figli di papà – Peter Pan – Bamboccioni – Irresponsabili”?

Tranzolli. Oggi ci pensano i sociologi. Secondo recenti studi al proposito, infatti, noi nati anni ’80 siamo la “generazione cavia dell’Italia in crisi”.

Porcellini d’india a due zampe, brillanti animaletti da mettere in gabbia, studiare e, possibilmente, non riprodurre. Che però hanno le loro attenuanti.

Perché noi siamo cresciuti quando chi camminava strano doveva portare scarpe ortopediche e non si indossavano scarpe ortopediche per camminare in modo strano tonificando il gluteo. Quando c’erano i bambini con l’occhio pigro costretti a vivere con occhiali incerottati e crescere complessati. Quando i lavoretti per la casa li facevano davvero i bambini a scuola (e si vedeva), e non a casa un team di amici architetti/designer/stylist di mamma e papà per fare colpo a scuola. Quando il suv si chiamava gippone. Quando Dr. Martens era il medico di famiglia e, per andare in montagna, esisteva solo la Tod’s coi pallini. Quando i sex symbols erano Michael J Fox ed Elisabeth Shue ed ogni volta speravi che Goose stesse attento a quella cazzo di calotta. Quando il giapponese era quello di “Mai dire banzai” e non l’appuntamento irrinunciabile del venerdì.

Che colpa ne abbiamo noi se non abbiamo visto lo sbarco sulla luna, per cui associamo l’Armstrong lunare ad Angstrom la crema solare? E se sì, incredibile, ma no, non ci ricordiamo i famosi mondiali dell’82, quando i calciatori sembravano ancora uomini veri e non veri esemplari di Maria de Filippi?

Per non aver vissuto direttamente il ’68 viviamo come disagio emotivo l’un tempo osannato “sesso libero”. Noi che, appena raggiunta la pubertà, siamo stati castrati dalle pubblicità progresso alone viola. Noi che la prima mossa era giocare a Twister, cucinare due dolci pop corn e ondeggiare impalati sulle note di “Time of my liiiiiifeeee”.

Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante, A STAFFA. Abbiamo sfoggiato orgogliosamente gambe di ogni improbabile colore prima che i fuseaux diventassero fighi e venissero ribattezzati leggings. Siamo cresciuti che la tuta si indossava solo per fare ginnastica: ci si infilava la maglietta dentro e si comprava in crescita. Che non c’era la sneaker tecnica, ma la Superga blu, che andava bene su ogni campo, fosse anche quello da sci.

Siamo l’ultima generazione che il sedere, in spiaggia, lo dimenava per creare la pista per le biglie. Che alla corda ci ha saltato pensando che imitare Rocky fosse vita vissuta e non darsi un tono vintage. Che anche con -20 gradi doveva giocare all’aperto, perché il rischio era che tu facessi la polvere in casa, non che respirassi le polvere sottili all’aperto. Che non mangiava hamburger, ma la svizzera, senza pane, alla piastra, con coltello e forchetta, niente ketchup, ma limone. Non ci travestivamo da streghe ad Halloween, ma da fatine a Carnevale.

Ci siamo innamorati rispettivamente dei fratelli di Georgie/di Georgie senza farci alcuna domanda sul concetto di incesto. Abbiamo travisato le dimensioni di un campo da calcio con Holly e Benji, scoperto la deviazione sessuale con Gigi la Trottola, imparato la mitologia greca con Pollon, osannato “il talco ma non è” con Cristina D’Avena.

Siamo la generazione che “nel mulino che vorrei” non era strano ci vivessero come coppia di fatto la sorella tirolese di Gulliver e il Piccolo Mugnaio Bianco. Che a telefonare a casa senza fili esisteva solo ET, ed oggettivamente non ci stava molto di testa.

Vedevamo pubblicità in cui nella parte del figo era credibile Bud Spencer, le case delle bambole erano fatte di cartone, ma avevano l’ascensore, nessuno si stupiva che nei cartoni animati fossero tutti orfani, che alle 9 si va a dormire ed il telegiornale è troppo violento, ma va bene guardare Ken Shiro che fa esplodere i suoi nemici a forza di punti di pressione.

Abbiamo visto Brooke sposarsi 25 volte, rigorosamente in bianco, e mantenere sempre lo stesso cognome (quello del marito). Non abbiamo mai capito (né ci siamo granchè chiesti) che tipo di animale fosse Spank, né ci siamo preoccupati del “suo papà-Hallo Spank- preso dal mare”.

Ancora ci chiediamo se Mila e Shiro alla fine stanno insieme. Abbiamo sognato di avere prima un fratello dal nome gemello e di avere un CAP più originale di 20100. Abbiamo ancora il cuore spezzato per aver avuto il tempo di vedere Mikey dei Goonies trasformarsi in un hobbit sovrappeso e, tuttora, in caso di attacco pirata, spereremmo di incontrare Willie l’orbo.

Siamo quelli il cui massimo sogno sessuale maschile è tutt’oggi Lamù. Che quando si stava insieme al liceo a casa si studiava con la porta aperta, che se no non sta bene. Che per racimolare un primo appuntamento si doveva chiamare a casa, presentarsi a mamma, papà e donna di servizio, rispondere a un paio di quiz a scelta multipla sulla propria ascendenza e, infine, stremati, optare per un sabato dopo scuola in giro ai giardinetti con le amiche di lei. Che slacciare il gancetto del reggiseno alla vicina di banco era materiale cecità per un anno.

Non ci siamo mai interrogati sulla modalità di sopravvivenza di una comunità di uomini blu alti un metro o poco più, nemmeno quando la comparsa a sorpresa di baby Puffo avrebbe fatto nascere quesiti riproduttivi in menti ben più semplici.

Abbiamo visto Michael Knight cantare per il crollo del muro di Berlino, irrimediabilmente legato la Stanza Ovale a un rapporto orale, combattuto per la foca monaca e indossato la pelliccia ecologica.

Ci siamo sorbite pistolettate da femministe e siamo finite le uniche zitelle in un regno di per sempre felici e contenti. Abbiamo creduto di poter cambiare il mondo e ci siamo ritrovati in un mondo cambiato. Abbiamo creduto andasse bene essere donne in carriera e non darla la prima sera. Abbiamo imparato a presentarci nome e cognome, a dare sempre del “dottore”, a lasciare il posto alle signore. Abbiamo imparato che non era così che andava il mondo, senza che nessuno mai ci insegnasse allora come accidenti sarebbe dovuto andare. Non ci siamo distinti, eppure non ci siamo nemmeno estinti.

“La generazione meno influente della storia”, per riprendere il focus de linkiesta.

Che son soddisfazioni a ben vedere. Capaci tutti di essere poco importanti, non proprio incisivi… ad essere assolutamente vacui, invece, forse, un qualche talento ce lo devi pure avere. Nella speranza che, se siamo sopravvissuti alle sfighe di Remì, Pelin e Candy-Candy sopravviveremo anche a questa crisi.