Ci sono parole alle quali mi affeziono anche solo per il suono. Obsolescenza è una di queste.

Già per dirla ci vuole una certa padronanza della lingua, che si arrota e fischia prima di battere sul palato e infine sui denti, delle labbra, che si serrano e poi si aprono e fanno giri assurdi. Insomma, una ginnastica maxillofacciale che non tutti sanno fare. Dipende dalla provenienza geografica, spesso, ma anche da quella anagrafica. Mia madre, per esempio, obsolescenza non lo saprebbe mai dire.

Ma veniamo a noi e all’obsolescenza programmata, dove l’aggettivo smorza un po’ l’immaginazione. Ho veramente capito cosa fosse due settimane fa, alla mia prima lezione di Zumba in acqua. Il confronto con le altre fa-natiche mi ha distrutta. Sentivo che il mio device non era in grado di montare il nuovo programma, eppure ci provavo. Lenta, fuori tempo, quasi ridicola. Insomma, obsoleta. La mia suoneria faceva tàrararà tàrararà tàrarararà. Non c’era modo di nascondermi. La sentivano tutte. E poi, come dice una mia amica, se sulla spalla hai il segno dell’antivaiolosa non puoi darla a bere a nessuno. Fai parte di una certa annata. Cicatrici che dicono più delle zampe di gallina.

Eppure la vera obsolescenza programmata, secondo me, le donne la sperimentano nelle relazioni di coppia. Il creatore deve essere stato per forza un uomo, altro che Madre Natura. Si chiama anche il teorema della mucca nuova, titolo per altro di un libro spassoso di una scrittrice americana, Laura Zigman.

Durante un esperimento, al toro venne portata una mucca.

I due si accoppiarono.

Quando gli venne riportata la stessa mucca, per un nuovo accoppiamento, il toro non mostrò segni di interesse. Voleva una Mucca Nuova e quella era una Mucca Vecchia.

A quel punto gli venne offerta di nuovo la stessa mucca, anche se leggermente travestita, magari con un cappello o un abitino. E di nuovo il toro rifiutò di accoppiarsi perché capiva benissimo che quella non era una Mucca Nuova. Era solo la Mucca Vecchia vestita da Mucca Nuova.

Dopo aver compreso che non si poteva confondergli la vista, si mise in atto un ingegnoso stratagemma: si spruzzò la Mucca Vecchia di profumo di Mucca Nuova. Sentendo odore di Mucca Nuova, il toro si alzò e attraverso la stalla per dare un’occhiata da vicino.

Ma a lui non la si dava a bere. Quella non era una Mucca Nuova.

Era una Mucca Vecchia sotto mentite spoglie.

Ecco, non ho altro da aggiungere. Ma visto che San Valentino è alle porte, non cercate di babbare il solito toro. Siate invece sempre e comunque Mucca Nuova, in barba all’obsolescenza programmata, e poi, programmata da chi?