A scoppio ritardato scopro che l’ultima settimana della moda ha rilanciato le Stan Smith, dal 2011 fuori commercio a mia insaputa.

Poco fashion, poco al passo coi tempi. Sia io, sia le Stan Smith, le scarpe da ginnastica – per i più glamour sneakers – per cui alle medie stravedevo. Per me non avevano rivali. Erano bellissime e mi stavano benissimo (per la serie: convinta io, convinti tutti). Tanto che le mettevo sia per giocare a tennis (nonostante l’ortopedico mi avesse detto che fossero tra le cause della mia “lieve” tallonite), sia per andare a scuola.

Ne avevo due paia. Le prime avevano la linguetta dietro verde ed erano sporche di terra rossa, quel tocco di aria vissuta che sfoggiavo con finta indifferenza e autentica fierezza (il senno di poi commenta: più sfigata, no?). Le seconde, beh, le seconde erano uniche. Uguali a tutte, ma diverse. Perché avevano la linguetta bluette. Mai viste a nessuno. In classe, a scuola, in giro le avevo solo io.

E non fa niente se per comprarle, nei meandri di Atene, in un negozio che chiamarlo negozio è un complimento, avevo rischiato di essere diseredata da un padre, il mio, che, proiettato sull’Acropoli, aveva dovuto fare i conti con un freno a mano di dodici anni. Del resto, la sottoscritta accomodante teenager, senza quelle Stan Smith bluette, non avrebbe fatto un passo verso il Partenone. Adesso non ne vado di certo fiera. Ma allora neanche Zeus in persona mi avrebbe smosso.

Bene, cioè male, molto male… L’altro giorno mi sono ricapitate tra le mani – sì, ce le ho ancora, nei meandri questa volta dell’armadio – e dire che sono inguardabili è poco. Le ho anche rimesse, così, per curiosità (o per farmi del male). Beh, ecco, lasciamo perdere, limitiamoci a dire che, se lo specchio, unico che mi ha visto e mi vedrà con quelle cose ai piedi, fosse andato in frantumi, mi sarei accollata i sette anni di sfiga in silenzio. La caduta degli dei, anzi delle dee Stan Smith. Dopo vent’anni esatti gli stessi occhi vedono meno (ho perso quasi due diottrie), ma meglio. Che tristezza, però.

Ventiquattro ore dopo aver spostato dei bei ricordi passati agli incubi presenti, oltre che dall’armadio alla pattumiera, un paio di scarpe a loro tempo adorate, ecco che riappare il primo amore, quello del primo bacio, dato, neanche a fare apposta, a dodici anni (nonostante le Stan Smith). “Come stai, come non stai, perché non ci vediamo, massì dai”. Me lo ricordavo bellissimo. Al punto da essere in pole position nell’altarino. Una presenza certezza-fierezza mai messa in discussione. Perché non era un tipo, uno stronzo, uno dolce, uno carismatico, uno interessante; uno che poteva piacere o non piacere in base ai gusti. No, no, categoria: gran figo universale dentro e fuori.

Rivederlo dopo così tanto è stato un colpo al cuore, ahimè non in senso positivo. Il mio-principino-gran-figo-azzurro con l’apparecchio fisso, che alle medie era un plus, perlomeno per me (il senno di poi ricommenta: sempre più sfigata, guarda che puoi omettere qualcosa), quello che mi sbaciucchiava sulle note di “Always”, è diverso, è cambiato. Grazie, sono passati vent’anni. Ok, ma così diverso, così cambiato che, mentre mi veniva incontro, pensavo: “no, non è vero, non scherziamo, non è lui, non è possibile sia lui. E invece sì, è lui”. Bene, cioè male, molto male… Altro bel ricordo del passato sfumato.

Se non c’è due senza tre, allora non tornerò mai più alle Cascate dell’Iguazù. Perché ci sono stata vent’anni fa. E, “vista” l’antifona, non voglio rovinarmi quello che considero uno dei viaggi, dei luoghi, degli spettacoli naturali, dei miei ricordi più belli in assoluto. Non me lo rovino per niente al mondo. Me lo tengo come una delle sette meraviglie del mondo.