Il bello di vivere in una “grande” metropoli è che le tendenze non le vivi per strada, ma le leggi su Facebook. E il bello di Facebook in una “grande” metropoli è che non ci leggi gli aggiornamenti di stato, ma i cambiamenti di status.

È così che, improvvisamente, pur avendo appena fatto i complimenti alla Silvi per il prossimo matrimonio, al Gian per l’ultimo figlio e alla Lux per il primo brillo, che scopri che a Milano, sono tutti single.

ohhh, non sono sola –

Cioè, non sono la sola ad essere sola-

vivo solo in una città che è una sola.

Altalenando convulsamente dal sollievo alla disperazione, passando per senso di colpa e autoanalisi esistenziale, ti trovi così a chiederti se il (superficiale e cattivo cattivo cattivo) gioire della solitudine altrui non faccia di te un essere giustamente destinato alla solitudine o se la massima del “mal comune mezzo gaudio” possa in qualche modo ricondurre il tuo senso di sollievo ad un atavico bisogno di appartenenza giustificando l’iniziale “tiè” in un trascendentale “tu là fuori scegli me”.

Fino a che non ti ricordi le tue origini. Il tuo background. La tua ascendenza. E decidi di indirizzare il razzismo sul giusto soggetto. Che il problema miei cari non è il milanese. Che il Milanese porello, c’ha già le sue gatte da pelare.

A Milano sei single perché

1. I buoni partiti, quelli da articolo determinativo davanti al nome proprio, manco a dirlo, sono partiti. Inizialmente migrati per il master a Londra, per lo stage in Ammmerica, per l’esperienza formativa nei possedimenti del papi in Europa, hanno inevitabilmente scoperto che Joanna è più tentacolare di Gianna e che occupazione retribuita suona meglio di un “amore, diamoci alla riproduzione assistita”.

2. Esaurito il prodotto autoctono, converrebbe optare per l’importato alloctono. Che però, classico risultato dell’acquisto d’impulso, c’ha la fregatura intrinseca. L’immigrato viene a Milano a cercare lavoro, avventura, internazionalità. Amore, quello, mai. Così che il collega caruccio che ti punti tutta la settimana al primo giorno di sole ti pianta per andare a piantare il suo ombrellone. 900 km a sud. Che per lui moglie e buoi dei paesi tuoi non ? una vaga indicazione nazionale. ? un diktat regionale.

3. A Milano c’? la moda. Alias è pieno di topa. Da competizione. Da struscìo. Da sballo. Eccessivo. Volgarotto. Spesso afflitto da giraffismo. Che vai a capire perché, spopola. Così, mentre tu stai a preoccuparti di come faccia la russa 19enne al tuo fianco ad evitare l’inaccettabile effetto acqua in casa con il suo 2 mt e mezzo di gamba, il tuo futuro marito vede solo 2 metri e mezzo di avviluppo extra, finendo inspiegabilmente per propendere per un approfondimento superficialmente soddisfacente a discapito di una relazione seriamente approfondita.

4. Milano ragiona in modo classista: ci sono le under 25, le over 25 e gli uomini. La prima e la terza categoria vivono felici sottolineando il loro essere Open. Avanti. Elastici. Internazionali.

L’idea di relazione monogama? Superata.

Il concetto di fedeltà? Obsoleto.

L’ideale del ci esco-mi fidanzo-mi sposo? Così Borghese.

La seconda categoria sottolinea infelicemente gli esiti del proprio essere stata Open. Avanti. Elastica. Internazionale. Chiedendosi come mai solo agli uomini sia stata data la carta “sei arrivato alla fine di questa corsa, ripassa dal via”.

5. Milano funziona in un sistema binario. Se sei donna, o sei figa o non lo sei. Se sei uomo, sei.

6. Il milanese doc è programmato per non salutare chi conosce e sperare di essere (ri)conosciuto da chi non lo saluta. La milanese doc è programmata per ignorare chi spera di rimorchiare e desiderare ardentemente di concupire (farsi ingravidare e sposare) colui che la ignora. Le relazioni interpersonali sono, conseguentemente, spesso esito di interrelazione involontaria e casuale.

7. Il Milanese è consapevole dell’importanza del tempo perché di tempo è sempre a corto. La responsabilità altresì non è da attribuirsi alla frenesia cittadina o ai ritmi di lavoro, ma all’intrinseca strutturazione della settimana meneghina. Che non ha 7, ma 5 giorni. La sfortunata coincidenza del periodo di massimo potenziale interrelazionale con il periodo di migrazione montanara/marina nel weekend tende inspiegabilmente a diminuire le possibilità di conoscenza all’interno delle cerchia dei bastioni.

8. Il Milanese è coerente: il fatto incontri ogni weekend le stesse persone ha incontrato (e ignorato) il resto della settimana non comporta alcun tipo di empatia aggiuntiva. Perché il milanese si sposta in branco, ma non allarga il proprio branco. Al bancone del Tasca o sotto l’ombrellone al Forte il principio è sempre quello: mi sembra di ricordarti? Meglio ignorarti.

9. Il Milanese non ha bisogno di farsi nuovi amici perché nasce amico-dotato: attorniato da figli di amici di genitori, al massimo dell’intraprendenza si fa un paio di amici al liceo. E li conserva tutta la vita. Le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli. Ma le loro pr sì. Notoriamente figli-amici-genitori nel tuo caso implica una cumpa che farebbe sentire a suo agio Quasimodo e Genoveffa.

10. Il Milanese non mangia carboidrati, non ingurgita cibi gassati, spesso non sa manco di poter far la spesa nei supermercati. A lui, il calcolo “chi vive da solo spende in media 335 euro al mese per cibi e bevande, contro i 185 a persona in un nucleo familiare di tre componenti” non fa tutto questo effetto. Guadagna, paga, pretende. Soprattutto di poter stare da solo.

Il bello di vivere in una “grande” metropoli è che le tendenze non solo le vivi per strada, ma le leggi anche su Facebook. E il bello di Facebook in una “grande” metropoli è che non hai bisogno di preoccuparti per il tuo stato: non impegnato, ormai è tutta questione di status.