“Ci sentiamo a settembre“.
“Ne riparliamo a settembre”.
“Quando torno, a settembre, ci vediamo”.
“Non prima di settembre”.
A settembre.

Ora, io non so come funzioni nelle vostre vite.
Ma la mia, al momento, funziona così:
Queste frasi che contengono il riferimento a una posticipazione al mese prossimo venturo di un qualsivoglia avvenimento/sbattimento/godimento sono esplose.
Un po’ come i costumi fluo sulle spiagge assolate della Puglia.
E non so neanche quanto siate pratici del calendario, voi altri.
Ma nel mio calendario settembre è tra una settimana.
Non fra sei anni.
Quindi il 15 di luglio va bene che mi diciate: “Ne riparliamo a settembre”.
Il 25 agosto, di grazia, possiamo ricominciare a usare i giorni della settimana per benino?
“Ci vediamo mercoledì prossimo”.
Che è settembre, ma suona meno apocalittico, no?
Comunque, non era propriamente questo il punto.
O meglio, a me manda fuori il fatto che d’estate parliate per mesi o per numeri.
E abbandoniate al proprio destino i nomi dei giorni della settimana.
Ognuno ha il proprio (irrazionale) disturbo, lasciate fare.
Però magari voi con sta cosa vivete benissimo e io continuerò a risolvermela da sola.
Anche perché ho iniziato a scrivere questo post per riflettere su un’altra cosa.
Su settembre, per l’appunto.
E sull’ansia da prestazione che, secondo me, gli stiamo facendo venire.
Ché settembre ha solo trenta giorni.
Deve già cambiare colori.
Deve già cambiare stagione.
Deve già sopportare tutte le nostre ansie post-traumatiche da rientro dalle vacanze.
Siamo sicuri che ce la faccia a farsi carico anche di tutte le nostre aspettative?
Di tutti i nostri nuovi progetti?
Di tutti i nostri nuovi propositi?
Di tutti i nostri nuovi intrallazzi?
Di tutte quelle cose che, fino a luglio, non siamo stati in grado/abbiamo voluto/abbiamo potuto fare?
Ecco, per quanto mi riguarda, settembre ce la può fare.
Ce la deve fare.
Ché l’anno scorso, di questi tempi, gli ho pure dedicato un post, confessandogli di amarlo.
E ché, a un anno esatto da quel post, penso ancora che sì, mi piace settembre.
Perché settembre è potenziale.
E le robe potenziali, oltre a inquietarmi parecchio, mi piacciono pure molto.
E quindi, come si fa a evitare che a sto settembre venga l’ansia da prestazione?
Se gli deve venire, gli verrà.
Che mica è del tutto un male, eh.
Io, per esempio, quando ho l’ansia da prestazione tiro fuori anche delle robe interessanti e un po’ fuori dai soliti schemi conosciuti, per dire.
Però possiamo evitare che quest’ansia diventi panico.
E che sto settembre si paralizzi sotto il peso dei nostri posso/devo/voglio ripetuti in loop.
Eh, brava tu.
Come si fa?
Si fa.
Smettendo di pensare a settembre come a un’entità.
E ricominciando a pensare a settembre come ad un mese. Con tanti bei giorni da usare e far fruttare.
Smettendo di pensare a settembre come al mese della svolta.
E ricominciando a pensare a settembre come al mese in cui iniziare a dare una svolta a delle robe della tua vita.
Smettendo di pensare a settembre come all’unico mese dell’anno in cui si potranno fare cose nuove.
E ricominciando a pensare a settembre come al primo dei mesi dell’anno in cui si possono fare cose nuove.
Smettendo di pensare a settembre come a quel mese in cui se non fai delle robe nuove sei una merda.
E ricominciando a pensare a settembre come a uno fra i tanti mesi in cui se non ti impegni a fare robe nuove sei una merda.
Smettendo di pensare a settembre come al mese della vita.
E ricominciando a pensare a settembre come al mese della tua vita in cui, se hai voglia, la tua vita puoi riprenderla in mano come si deve.

Aspetto settembre.
Che si fotta l’ansia da prestazione.
Settembre e io ce la possiamo fare.