Il senno di poi è un grillo parlante dalla voce insolente che, a posteriori, salta fuori da un angolo della mente per dire la sua sul tuo passato. Senza che tu lo abbia interpellato, sale in cattedra e punta il dito su scelte prese, comportamenti adottati, situazioni vissute.

Parte in quinta con una serie di “se avessi fatto/detto/accettato/rifiutato/chiesto/spiegato/taciuto, allora sarebbe stato tutto diverso, ovviamente molto meglio”. Non contento, continua, toccando il tasto della seconda chance, quella che, ad averla avuta, ti saresti giocata di sicuro alla grande. Pressante, fastidioso, sibillino, infierisce a martello battente. E finché gli dai spazio, ti trovi a mangiarti le mani a scoppio ben più che ritardato. Sta e conviene a te rimetterlo in riga, levandogli in primo luogo la libertà di “arrogarti” gratuitamente.

Perché il grillo parlante o senno di poi, chiamalo un po’ come vuoi, non serve a un bel niente, se limitato a insinuarti la convinzione di aver commesso chissà quali e quanti errori, quando tanto è troppo tardi per rimediare e ormai non c’è più niente da fare, se non accettare o incassare. Ma dopo siamo bravi tutti ad azzeccare la strada da prendere al bivio, la cosa da dire, il comportamento da tenere; a indovinare qual è l’occasione da cogliere e quella da scartare, l’episodio da valorizzare e quello da cestinare.

Sul momento, invece, non sempre lo siamo. Anche perché, sul momento, interviene una quantità di fattori extra che col tempo si tendono a scordare, ma che, lì per lì, complicano il quadro mica male. Vani tentativi di prevedere conseguenze ed effetti, ridicoli test di scissione tra razionale e irrazionale (testa e pancia per farla facile), tanto per dirne un paio. Insomma, un casino. Che si verifica tanto nel privato quanto sul lavoro.

“Se l’avessi incontrato sei mesi dopo, saremmo stati felici e contenti a vita”; “se avessi evitato il discorsone o il giochetto, al posto di fargli assist per darsela a gambe levate, staremmo ancora insieme”. “Se avessi omesso di dichiarare d’avere la Partita Iva, ora avrei un contratto fatto e finito”; “se avessi scelto la redazione A e non la B, attualmente sarei assunta (o più probabile in cassa integrazione)”. “Se avessi rinunciato all’Erasmus, avrei portato a casa il praticantato senza tanta fatica”; se avessi superato la storta colossale di quel Capodanno in baita, avrei sbevacchiato brilla e demente per tutti gli anni seguenti” (Ciao, sono Camilla e non ho toccato alcool per dieci anni).

Se, se, se. Avessi, avessi, avessi. Indietro non si torna, dar retta al senno di poi, ascoltando la voce del grillo parlante, non porta da nessuna parte. A meno che lo si faccia nel modo giusto. Allora diventa utile. Serve a guardare indietro con un punto di vista diverso e una prospettiva allargata, magari anche ribaltata; serve a non replicare gli errori (almeno puoi farne di nuovi, così, per variare, altrimenti sai che noia). Serve, soprattutto, a constatare che quelli che vedevi come sbagli madornali, botte di sfiga concentrata o ingiustizie divine, a distanza di tempo, si sono rivelate esperienze uniche, nel bene nel male, a volte anche inimmaginabili fortune.

Destino, tempismo, fatalità: certo. Ma niente succede per niente né totalmente per caso. Un motivo c’è sempre. Magari non lo cogli, non lo apprezzi, non ti piace da subito. E con il senno di poi inutile nemmeno. Ma con il senno di poi utile, realizzi che sei mesi prima o dopo, discorsone o non discorsone, giochetto o non giochetto, evidentemente insieme non dovevate stare. Che Partita Iva è un’accoppiata di parole che mai più dirò in sede di colloquio; che se avessi puntato sulla redazione A, non avrei lavorato per la rubrica Viaggi&Vacanze, perdendomi così luoghi e personaggi indescrivibili. Che se non fossi volata a Barcellona per quel semestre, non avrei i ricordi più belli dell’amica che ora non c’è più; e che se avessi saltato la fase astemia, oggi non sarebbe il grillo parlante a voler dir la sua, ma probabilmente il mio fegato.

cadorna

Milano, stazione di Cadorna, binario uno. Per terra la targhetta qui sopra. Che dice: “Tutti i passi che ho fatto mi hanno portato qui, ora”. Due righe per due: le prime in italiano, le seconde in inglese. Calpestate tutte e quattro da fiumi di persone che vanno e che vengono, correndo su e giù dal treno, dentro e fuori dalla stazione. Esattamente come hai fatto tu mille volte. Ma non questa. Questa volta, grazie all’imbeccata di un’amica, tra l’altro non milanese, le noti. Le leggi, le fotografi e le usi… per riassumere tutto quel che volevi dire. E ridendo te ne vai, pensando: “c’è chi va in Galleria e gira sul toro e chi in Cadorna a fissare il suolo”.