Un bel giorno di settimana scorsa mi sveglio, non ho ancora connesso un neurone e bevuto una goccia di caffè che incontro per casa mio padre, ingegnere dallo spiccato humour inglese, che mi porge il giornale, segnala un articolo e dice: “Leggilo, ti sentirai meno sola”.

Assonnata, accolgo l’invito, senza cogliere l’ironia del tono paterno. Tempo due minuti e mi trovo di fronte una paginata dedicata all’ultima rivoluzionaria scoperta dell’Ocse, autorevole ente che, di tanto in tanto, compare con classifiche e ricerche degne di nota. Beh, questa volta il grande Ocse ha scomodato 510mila quindicenni per fotografare il livello di rendimento scolastico globale, stilando la graduatoria dei Paesi più secchioni o più asini, a seconda del punto di vista.

Inciso, giusto per la cronaca: noi italiani non ci facciamo una gran bella figura, strano…

Fin qui niente di sconvolgente. Ma allora perché non andare oltre e usare quell’infinità di dati raccolti per scoprire qualcosa di più interessante? E perché non interpellare ministri, docenti, psicologi e chi più ne ha più ne metta? Detto, fatto. Bravo Ocse. E bravo Corriere.

Il risultato? Le ragazze sono tendenzialmente delle capre in matematica. Mentre i ragazzi dei piccoli Einstein.

Le cause? Diversità biologica tra maschi e femmine (apperò che svolta, ci arrivavo da sola, comunque grazie) e differenza di genere nella fiducia in se stessi (???).

Le conclusioni? Rispetto ai ragazzi, le ragazze non capiscono niente di numeri perché hanno poca autostima e vanno in ansia di fronte ai test di matematica. Per questo la loro resa è scarsa e il loro interesse per la materia è scarsissimo.

A questo punto non posso tacere. Per due motivi.

Il primo: bastava che l’Ocse mi chiamasse e gliel’avrei detto io in trenta secondi che il mondo femminile non è portato per la matematica.

Il secondo: le conclusioni non sono convincenti, tirano in ballo psico-minchiate, quando le cose sono per me ben più semplici. Non sarò un campione rappresentativo, ma parlo con cognizione di causa: sono negata in matematica, pur avendo fatto (per non si sa bene quale ragione) lo scientifico.

Per cinque anni ho tentato di dimostrare che Pitagora non era altro che un frustrato e che Archimede poteva inventarsi qualcosa di meglio che rovinare la mia vita liceale. Ho cercato di spiegare che risolvere un problema con un triangolo dal cateto mancante come protagonista non mi stuzzicava granché. Ho ragionato a lungo nella speranza di capire a cosa mai poteva servirmi nella vita calcolare l’area di un trapezio o il volume di un cono, peggio se pure tronco (cioè un cornetto senza la punta di cioccolato). Mi sono più volte ripromessa di non farmi domande e di limitarmi ad applicare quella sfilza di dannate formule appiccicate nella calcolatrice scientifica (che non ho mai saputo usare, ma aveva comunque una sua utilità) in onore dell’unico numero che mi interessava: il voto. Ma non ce l’ho fatta. Nessuno mi ha mai capito, mio papà incluso. Un’incompresa. Giuro, però, che la mia autostima non ne ha mai risentito, anzi. Mi sono gongolata ogni volta che il mio cervello sfornava una nuova invenzione per dribblare un’interrogazione o per copiare un compito dal vicino di banco (ovviamente maschio… ma solo perché in classe eravamo 30, di cui 9 ragazze. Quindi non ci vuole una laurea in ingegneria aerospaziale per capire che era più probabile essere circondata da maschi e non da femmine). E ho toccato l’apice della mia carriera scolastica con la grande performance di arrampicamento sui vetri fatta all’orale della maturità, di cui vado ancora fiera.

A fronte di tutto questo, invito i sostenitori di Archimede&Co. a modificare i programmi scolastici e l’Ocse a fare una nuova ricerca. Se tra un logaritmo e una matrice venissero inseriti argomenti legati a sconti e cambi valute, tanto per dirne due, forse le fanciulle sarebbero più incentivate a far pace coi numeri, e probabilmente ribalterebbero il confronto coi loro simpatici compagni di classe. Sono pronta a scommettere che diventerebbero delle impeccabili calcolatrici umane di fronte al rapporto risparmio-guadagno di una borsa in saldo. E non si farebbero prendere dall’ansia, se a complicare le cose fosse la moneta di scambio. Per capirci. Se la borsa in questione fosse di Gucci e fosse scontata del 70 per cento, vuoi che a una ragazza non interesserebbe calcolare in tempi record quanto le costerebbe comprarla? E se fosse in vetrina a New York, a Londra o a Tokyo, vuoi che non le interesserebbe sapere il valore del dollaro, della sterlina e dello yen, per tramutarlo in un nanosecondo in euro e stabilire se di fronte ha l’affare o la fregatura della vita?

Stimolata la curiosità e aggiornati i programmi, vedi che le capre di oggi tra dieci anni si giocano il Nobel per la matematica, caro Ocse.