Le feste comandate non fanno per me. Non le amo, non le sento, non le… sopporto.

Che sia Capodanno o Ferragosto, non c’è niente da fare: mi dà fastidio che il calendario mi imponga una data in cui, per forza, convenzione o tradizione, debba fare e brigare. Persino Natale mi ha stufato. E addirittura il mio compleanno mi rompe. Figurarsi quanto possa coinvolgermi San Valentino o la Festa della Donna.

Guastafeste? Un po’. Però è un fatto che le giornate e le serate più divertenti (per me) restano quelle che partono senza aspettative e con il classico “esco, ma poco, torno presto sicuro che proprio non ho voglia di stare in giro”; e che poi crescono a caso, finiscono alla grande e tardissimo, passando automaticamente agli annali.

Incoerente? Di sicuro. Perché alla fine non solo brindo il 31 dicembre allo scoccare dell’anno nuovo, “griglio” sia il 14 sia il 15 agosto, soffio le candeline il 6 settembre alla mezza spaccata, mangio il panettone a Natale e l’uovo di cioccolato (fondente) a Pasqua. Ma aspetto anche le mimose l’8 marzo e gli auguri il 14 luglio, data innanzitutto del mio onomastico, in seconda battuta della presa della Bastiglia.

Tutto questo per dire che venerdì è San Valentino e che, in teoria, non me ne frega niente, ma, in realtà, vorrei tornare alle elementari per rivivere il 14 febbraio più scontato e banale… dolce e speciale mi sia mai capitato in sorte (che nessuno me ne voglia…).

Sul banco una rosa rossa, un bacio Perugina e un bigliettino. Ce l’ho ancora. Un foglio azzurro (con Snoopy su un’amaca come sfondo) piegato in quattro, scritto a mano con l’ormai quasi dimenticata stilografica. Cartucce a “suppostina”, inchiostro blu, penna della Pelikan. Sul retro: Per Camilla. All’interno un mistero custodito nella tasca del grembiule fino all’intervallo. Perché, tra timidezza e curiosità, a otto anni la prima vinceva sulla seconda.

Al suono della campanella, la corsa in bagno. Eccomi lì, chiusa dentro, con in mano la mia letterina da leggere. Cinque righe, un concentrato di coraggio misto a tenerezza. In fondo la dichiarazione: io ti amo, e tu? Tre quadratini da crocettare: sì, no, forse. Alla fine la firma, seguita dal disegno di una macchinina.

Io? Sciolta, sorpresa, spiazzata e… mai mi sono sentita così stronza. Perché il compagno di classe, che trattavo come un fratello acquisito (cioè malissimo) e col quale, causa mamme amiche, passavo pomeriggi su pomeriggi insieme, era andato oltre la mia smaccata antipatia. Gli piacevo, “mi amava”, nonostante tutto. Tanto che si era esposto, sbilanciato e organizzato nel seguire il più classico dei copioni di San Valentino. Regalandomi un momento, un giorno, oggi un ricordo unico.

A otto anni colpisce il copione completo. Banale, ma speciale.

A otto anni per quattro vade retro Baci, lettere, rose e dichiarazioni a sorpresa. Vince una serata normale, passata con il proprio Valentino. A due o in compagnia, a casa o fuori, fa lo stesso, purché si stia insieme. Banale, ma speciale. E se scappa un mini-pensiero, che sia la prenotazione nel ristorante preferito o il piatto home-made prediletto, la bottiglia in frigo o il post-it sul cuscino, ben venga. Banale, ma speciale.

… come diceva un grande uomo, “sono le cose semplici che mozzano il fiato” a noi piccole donne…