Confesso di essere fuori allenamento.
Fuori allenamento da primo appuntamento.
(La rima mi è scappata, giuro).

Ora, tanto per chiarirci: non sono fuori allenamento perché ho deciso di intraprendere il cammino dell’ascetica astinenza.
E manco perché io me la tiri.
Cioè, me la posso pure tirare.
Ma non per quanto riguarda la questione appuntamenti.
Perché ho ventotto anni, la gente intorno a me figlia e si sposa come se non ci fosse un domani e, cosa più importante, mia nonna vorrebbe tanto vedermi sistemata.
Quindi no, me la tiro molto meno di un tempo.
Sono fuori allenamento da primo appuntamento perché di appuntamenti ce ne sono sempre meno.
Non fraintendete, la vita promiscua è viva e lotta insieme a noi.
Ma è diventata un’entità random.
Ci si incontra una sera, si chiacchiera, ci si piace, si limona eventualmente, si va al domicilio dell’eventuale limone, sempre eventualmente.
Random.
Non nel senso di “a caso”. Nel senso di “non strutturato”.
Il primo appuntamento, invece, è intrinsecamente strutturato.
Fosse solo perché ci si deve dare un orario e incontrarsi in un dato posto (mai e dico mai andare a un primo appuntamento senza un mezzo di locomozione proprio. Mai e dico mai farsi venire a prendere a casa), un po’ di struttura ci deve essere per forza.
E, ça va sans dire, le strutture rompono un po’ le palle.
Da qui la necessità di bypassare la fase primo appuntamento.
E di lasciare che l’entità random della promiscuità si impossessi di noi, comportando il minor sbattimento possibile.
Poi però capita che le contingenze ti portino a dover organizzare un appuntamento.
Perché è l’unico modo che hai per vedere una persona che pensi potrebbe piacerti.
E perché, cazzarola, perché non riprovare l’ebbrezza di conoscersi da sobri (almeno all’inizio) e in un posto in cui non ci si debba parlare a mezzo millimetro di distanza perché la musica ti sta facendo sentire i bassi fino in fondo allo stomaco?
Ora, non posso rivelare nulla di questo appuntamento realmente accaduto.
(Accaduto. Finito. Che non accadrà di nuovo. Lo dico giusto per la cronaca).
Perché non credo ve ne freghi.
Perché credo che a lui, invece, fregherebbe (e non nel senso che stapperebbe grandi bottiglie di champagne leggendo di se stesso).
Perché tanto quello di cui voglio parlare non è mica l’appuntamento in sé.
Ma tutto quello che viene prima.
E che con il manzo in questione non c’entra proprio niente.
Cioè, non c’entra perché è un pezzo che ti devi gestire da sola.
Quella fase in cui puoi fantasticare sul colore degli occhi dei vostri figli.
E cagarti addosso pensando che lui potrebbe essere uno di quelli che domandano: “A cosa stai pensando”?
In cui puoi sorridere immaginandovi insieme a ottant’anni, ricordando la vostra prima uscita.
E in cui puoi farti venire l’ansia perché magari lui sarà uno di quelli che parla solo di sua madre e come lei nessuno mai.
Tutto quello che viene prima, se sei un po’ fuori allenamento, è meraviglioso e spaventoso.
Se sei fuori forma che pure la tua bisnonna ha più tresche di te, più spaventoso, ecco.
E la spaventosità deriva da basiche, stra basiche questioni.
In quel tempo lunghissimo (pure se si tratta di mezza giornata) che ti separa dall’appuntamento in questione la testa ti si affolla di domande.
Affollata che manco la Stazione centrale di Milano alle sei del pomeriggio di un venerdì di luglio.
Primo appuntamento, estasi e tormento.

Cosa mi metto?
Dunque, chiaro, sta roba del “cosa mi metto” mica ci tormenta solo prima di un primo appuntamento.
Diciamo, però, che in questi frangenti questo tormento è un po’ più fuori controllo del solito.
Roba che l’armadio diventa il tuo peggior nemico, solo perché non sforna autonomamente nuovi e fashionissimi abiti da sfoggiare per il grande evento.
Perché la questione abbigliamento (l’abito non solo fa il monaco, ma fa pure la donzella in cerca di marito) è questione cruciale.
Devi essere carina ma non sfigata.
Messa giù da gara ma non in tiro.
Sensuale ma non sfacciata.
A tuo agio ma non sciatta.
E, cazzarola, nient’altro?
(Le mie amiche, dopo lunga ed estenuante consultazione, hanno deliberato che la soluzione vincente è il look finto casual.
Che vuol dire tutto e non vuol dire niente.
E che a me non riesce, mai).

Come mi trucco?
Una volta deciso l’abbigliamento, l’altra questione cruciale diventa, naturalmente, quella del trucco.
Ora, se siete fanciulle che non si truccano (vi invidio assai, sappiatelo) allora niente, con le sei ore per la scelta del vestito avete concluso il tomento.
Ma se, come immagino, siete anche voi primer addicted, allora vi manca ancora un pezzo.
Devi essere in ordine ma non banale.
Curata ma attenta a non somigliare a Moira Orfei.
Sensuale ma non sfacciata (ripetiamo tutte insieme).
E, soprattutto, sto trucco non deve sembrare un trucco.
Nel senso che non devi diventare un panda dopo il terzo bicchiere di vino.
E nel senso che sto cazzo di finto casual che a me non riesce, deve essere, per l’appunto, finto.
Il trucco c’è ma non si deve vedere più di tanto.
Ok?
(Niente questione capelli, ma solo perché sono nell’autobiografico. E, coi capelli corti che mi ritrovo, non è che ti puoi fare troppe pippe su come metterli).

Dove lo porto?
Ecco, a noi donne moderne potrebbe capitare di essere sorteggiate per la scelta del posto.
Io, riguardo a questa faccenda, nutro fortissima ambivalenza.
Perché da un lato scegliere il posto è una figata.
Scegli un posto che ti piace.
Che conosci.
Sai cosa si mangia, cosa si beve, dov’è il bagno.
Giochi in casa, ecco.
Ma dall’altro lato, che cavolo.
Ma vuoi almeno fare lo sforzo di pensare dieci minuti a dove ti piacerebbe vedermi?
Devi scegliere un posto easy ma non cheap.
In voga ma non troppo radical chic.
Dove si mangi (o beva) bene ma non si spenda troppo (già che si spera che al primo appuntamento paghi lui. Ecco, l’ho detto. Sono una tirchia integralista, al primo appuntamento).
In cui ti senti a tuo agio ma non troppo, che se no pare che tu l’abbia portato a casa tua.
E la convivenza non è che sia proprio in cima alla lista degli afrodisiaci che funzionano.

Di cosa parlerò?
Domanda che non mi faccio quasi mai.
Nel senso che, normalmente, non faccio fatica a chiacchierare.
E nel senso che, se pure non mi venisse niente di interessante da dire, potrei benissimo stare in silenzio.
Ma il fuori allenamento in questione produce tanta ansia da prestazione quanti ormoni.
E due pensieri due su cosa dire, soprattutto nell’eventualità che la conversazione langua, confesso: me li sono fatti.
Devi essere spiritosa ma non fare il saltimbanco.
Spontanea ma ricordarti che sto tizio non ti conosce. E che se dici dieci volte cazzo lui potrebbe pensar male di te.
Allegra ma non giuliva.
Gentile ma non cretina.
Presente a te stessa ma non rigida.
Brillante ma non esagerata.

Che fatica, eh?
Troppa.
Soprattutto se pensiamo che gli uomini impiegano quattro minuti quattro per scegliere una maglietta qualunque da abbinare ai soliti pantaloni.
Che ci porteranno dove capita e diranno esattamente quello che avranno voglia di dire.
No?