Nella vita è importante avere delle certezze.

Ci sono certezze che si vorrebbe ignorare (i carboidrati ingrassano). Ce ne sono altre che non si possono proprio accettare (il vino è una bevanda, eppure è calorico). Ce ne sono alcune che vorremmo sfatare e finiscono inevitabilmente per farsi confermare (se non ti fai togliere il cellulare al 3 bicchiere sì, finirai per scrivergli). E poi ci sono quelle che ci sei semplicemente cresciuto, che non fanno parte di te, ma che sono diventate te.

“L’ospite è sacro, come al tempo dei romani. Non accettare caramelle dagli sconosciuti. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Taglia via la parte offesa. L’invidia è la peggiore delle malattie”.

Così posso anche continuare a mangiare tortellini Rana, stupirmi che la bilancia non scenda, nonostante i 3 bicchieri di vino quotidiani, pentirmi dei “mi manchi” gettati nell’etere, ma non potrò mai dubitare che “mi casa es tu casa”, si può essere educati anche dicendo “no” al drink (drogato) che insistono a offrirti in discoteca, assolutamente non è colpa di Pg. No, non sono affatto offesa perché mi hai dato della pesante gattara acida, è solo che ho l’allergia agli occhi e, certo, non importa che la mia vita vada a rotoli, sono felicissima felicissima per te.

Anche se…. No, sul serio, tu certe persone le invidi. Perché loro sì e tu no?

Perché ci sono ingiustizie e ingiustizie nella vita. Ci sono cose che si possono interiorizzare, razionalizzare e tollerare (che Kate Middleton abbia sposato William, per esempio). Ci sono dati oggettivi che si possono gerarchizzare e mettere in prospettiva (che, effettivamente, tu William non l’abbia manco conosciuto e quindi, forse, non ci fossero tutte queste possibilità che convolaste all’altare). Ci sono circostanze più o meno fortuite alle quali non ci si può opporre (c’è chi, studiando storia dell’arte, incappa nel principe William e chi in Teddy Letame). E poi ci sono le circostanze fattive, in cui ci si può dare da fare, in cui sta a te fare la differenza, in cui, anche se non sei, diventi.

Stai parlando di quelli che vanno a correre.

Cominciano quasi tutti per caso: “Sai, oggi anziché la metro ho preso il tram” – “Ah, ma pensa, io invece oggi, anziché vegetare, ho corso 10 km al parco”.

Erano tutti pigri prima: “Mai fatto sport”, ti assicurano. “Il massimo della mia attività era divano-frigo andata/ritorno”.

Erano tutti pigri prima, ma coi geek funziona ancora di più: “Non me lo dire… Io fino all’anno scorso pensavo che di maratona esistesse solo quella del Signore degli anelli”

Sono tutti condiscendenti, dopo: “Sul serio, basta prenderci l’abitudine”. “Sei a pezzi i primi giorni, ma poi proprio non ne puoi più fare a meno”. “So che sembra impensabile, ma la sveglia alle 6 ti farà sentire più riposato di quando ti alzavi alle 8”.

Poi…

Poi cominciano a correre “così per provare”. O per rimorchiare. Per superare una rottura, per cambiare rotta, “perché la palestra mi aveva rotto”.

E poi diventano degli invasati. Succede praticamente a tutti (tranne a te).

Da che la scarpa sportiva era la All Stars, a che vogliono andare a fare la Milano City Marathon. E non solo a parole.

Che cominciano facendo un paio di giri dell’Arena al Sempione/quando riesco/dopo l’ufficio e poi finiscono per darti buca il venerdì sera perché il sabato è l’unico giorno in cui hanno il tempo di correre 18 km.

Che ti chiedono, sinceramente stupiti, come mai non hai portato le scarpe da corsa quando sei andata a fare il week-end romantico a Parigi, l’addio al nubilato dell’Ali a Ibiza, il viaggio di lavoro a Carpi. E che, quando spieghi pazientemente che avevi solo un bagaglio a mano e dovevi ottimizzare lo spazio e quando cazzo mai avresti corso in una 48h fuoriporta, ti guardano con occhi vuoti perché loro non solo se le portano: le usano pure.

Che scuotono la testa quando gli dici che tu hai corso… sul tapis roulant. Perché correre è strada, è vita, è esperienza, è scelta.

Che si scaricano le app per misurare la run. Non hanno uno status su Facebook, ma un conta chilometri con Runtastic. Non hanno foto con entrambi i piedi appoggiati per terra. Non ti chiedono come stai, ma in quanto fai i 5 basici.

Tu hai cominciato a correre mille volte nella tua vita e non ti sei invasata mai. Ma neanche minimamente intrippata. Si può dire che tu corra saltuariamente dalla fine degli anni Novanta. Ai tempi partecipavi alle corse campestri scolastiche. Arrivando inevitabilmente ultima, mentre persino mamma fingeva di non riconoscerti al traguardo. Ci hai riprovato all’inizio del nuovo millennio perché, se il mondo deve finire, quanto meno che ti trovi in forma. E poi con il fidanzato maratoneta, che guai a dirgli “ehm, amore… io stasera vegeterei. Così, tanto per cambiare”. Odiandolo ininterrottamente dal momento in cui ti allacciavi le scarpe (“non si allacciano così, devi tenere ben ferma la caviglia”), correndogli accanto (“vai benissimo, ma… perché muovi così tanto le spalle?”), iniziando a presagire i sintomi dell’infarto (“tranquilla è normale, devi solo rompere il fiato, ORA è il momento di tenere duro”), meditando come ucciderlo (“dai che mancano solo altri 10 giri, ne abbiamo già fatti 3”), considerando seriamente di ucciderti (“e da qui a casa è tutto un falso piano per far salire i battiti”).

Ci hai provato quando ti odiavi per essere pigra e odiando di non esserlo abbastanza per scartare del tutto la tentazione di farlo.

Ci andavi (ci vai ancora, una volta a settimana, quando l’esborso per la palestra ti ricorda che hai, come sempre, fatto un pessimo investimento e, a furia di iscrizioni, ti eri già bella che pagata una liposcultura) perché di tutti gli sport che si dice facciano dimagrire, questo è l’unico per cui sia vero (gli altri, quanto meno, dimagriscono. Tu alla fase verifica non sei ancora arrivata).

Ci andavi (ci vai) ed ogni volta torni umiliata dalla vita, dalla strada, dagli altri runners. Che ti dicono “mentre corri hai tempo di pensare”, mentre tu, mentre corri, riesci solo a pensare “quanto cazzo manca”. O a maledire il vecchio che ti ha superato per la 95 volta (cosa-cazzo-ci-fai-in-giro-dovresti-stare-in-una-casa-di-riposo).

Tu non sei una di quelle che dopo la corsa “ah come si sta bene, che bella faticata”. Che “dopo mi sento rinata”. Tu dopo ti senti come quando GL ti ha lasciata in seconda media perché l’Ele lo baciava con la lingua e tu no. Tu speri di diventare la donna invisibile nel tragitto parco-casa (e correndo magari hai assunto la fisionomia di Jessica Alba), sogni una doccia, un divano e un massaggiatore (e insieme è meglio) e limiti le tue facoltà psico-fisiche al concentrarsi sulla speranza, un giorno, che smetterai di giocare al carlino e riacquisterai un sonoro respirativo normale.

Tu le endorfine non sai manco dove stanno di casa.

Eppure le hai provate tutte per darti motivazione.

Da “quest’anno mi alleno per la Stramilano (mai fatta), la corsa colorata che la fanno anche le famiglie con bambini (ma poi senza bambini non hai scuse per andare piano), una volta nella vita una 5 km non competitiva la devo proprio fare (l’allenamento è allenamento, mica ci puoi andare così impreparata)”. A “mi compro le scarpe giuste, nel posto giusto, con il tipo fusto, la maglietta carina, il pantalone tecnico che è pure push up, la calzetta rosa”. Da “mi scarico un programma di allenamento graduale da internet” a “ci vado con Agnese che anche lei non ha mai corso e fuma come un turco”, finendo inevitabilmente seduta all’aperitivo, dimenticato il rimorso al primo sorso di vino.

Tu, ci provi ogni anno a giocare alle Metamorfosi, eppure continui a strisciare come un bruco, sperando prima o poi ti escano le ali da farfalla.

Nella vita è importante avere delle certezze. La tua è che continuerai a sognare di poter essere un giorno una di quelli che corrono. Per piacere.

 

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