Prima o poi certe scelte nella vita vanno fatte: sposarsi (fatto!), avere dei figli (fatto!), andare all’Ikea con la famiglia (incredibile, fatto!).

Ci sono cose che voi umani non potete capire, una di queste è la mia totale repulsione verso i centri commerciali, i Megastore, i Multipiano e via dicendo. Volete mettere la poesia di sfogliare un libro in una deliziosa libreria di cinquanta metri quadrati piuttosto che in un megastore di quattro piani?
Certo però, la comodità di avere tutto, ma proprio tutto, a disposizione la vince di gran lunga su qualsiasi forma di romanticismo.
Ecco perché domenica scorsa ho affrontato la madre di tutte le sfide: l’Ikea di Carugate.

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Ora, per chi non è di Milano, spiego che a Carugate si sono concentrate tutte le depravazioni mentali di quegli esperti di viabilità che non hanno un briciolo di cuore. Attorno a una rotonda neanche troppo grande, appena fuori dall’uscita 14 della Tangenziale Est, si concentrano, in senso orario, un Leroy Merlin, l’Ikea, e il famigerato Centro Commerciale Carosello, 51.000 mtq di negozi tra cui un Carrefour, un Saturn e altre 100 attività commerciali. Ricordo che una volta ci capitai in un sabato di pioggia e solo dopo tre ore riuscii a uscire dal traffico congestionato superando ben tre aiuole con il mio modestissimo SUV.
(Mio cuggino una volta mi ha detto che certa gente che è entrata nel parcheggio multipiano tre giorni prima di Natale, è tornata a casa con i panettoni alla vigilia di Pasqua!)
Insomma, per andare a cercare un letto a castello, bisogna organizzarsi bene.

E così ho fatto, a cominciare dalla partenza intelligente.
Domenica mattina: sveglia all’alba, colazione frugale e igiene personale ridotta al minimo sindacale. Condizioni meteo ottimali. Prendo la moglie, il figlio e la figlia ancora mezzi addormentati e li carico in auto come se fosse la mattina di ferragosto. Arrivo a destinazione alle 10 e, miracolo, non c’è nessuno.
Prendo il mio bel carrellino con sacchetto e inizio il giro. Matita, foglietto, codici, prendo nota con calma. BILLY, STORA, NORNAS, che nomi del cacchio, penso. Alla fine del primo piano salgo sull’ascensore per andare al piano di sotto e qui accade il primo imprevisto: l’ascensore è quello che riporta all’entrata e, appena uscito, iniziano a suonare tutti gli allarmi da Carugate a Stoccolma. Mi viene incontro una guardia che mi chiede (gentilmente) dove voglio andare e, quando capisce il problema, ci accompagna al reparto aprendoci una porta di servizio. Nel suo sguardo leggo la compassione, a voler dire “Ma va che pirla ‘sto qui, non sa neanche prendere un ascensore“.

Al piano terra pit stop obbligato, cambio carrello perchè le “due cosine” da comprare sono già diventate più di venti e il sacchetto implora pietà.
Secondo intoppo: ci aggiriamo tra le piante e i fiori e io, tra una dalia e un’ortensia, mi approprio del carrello di un’altra persona. Preso dal panico torno sui miei passi sussurrando “carrello, carrello” come un bagarino di San Siro e alla fine lo abbandono allontanandomi con lo sguardo spaventato di Mr. Bean. Un minuto di silenzio per l’ignaro sventurato che sarà ancora lì a cercarlo.

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Arriviamo alla zona magazzino, che ricorda tanto il deposito dove viene nascosta l’Arca Perduta di Indiana Jones e cambiamo di nuovo il carrello, prendendo direttamente un muletto da cantiere. Andiamo alla cassa fai da te, tanto siamo tecnologici. Paghiamo e appena oltre le casse ci ferma una guardia. ANCORA! cosa ho fatto stavolta?
“Mi scusi sa ma devo controllare perché avete pagato alla cassa “max 15 pezzi” ma avete il carrello pieno.”
In effetti i pezzi erano 38, ma l’inserviente che ci ha assistito durante il pagamento non ci poteva avvertire?
Guadagnamo l’uscita e ci allontaniamo senza troppi problemi. Non c’è traffico e diamo la colpa all’incertezza legata alle elezioni (sì, vabbè, diciamo che ogni tanto ci vuole un po’ di culo!).

P.S.: per la cronaca abbiamo mangiato le KÖTTBULLAR, le famose polpette svedesi che tutti decantano. Certo non sono da buttare ma, ragazzi, volete mettere con quelle che fa la mamma?