Non sono belli, ma piacciono. E tanto. Al punto da frequentarli per giorni, settimane, mesi, stagioni. Anni.

Con il sole, con la pioggia, con la neve. Con il caldo e le zanzare, con il freddo e i geloni. Come se esistessero solo loro. E per un certo periodo è così. Poi, all’improvviso, puff. Si svuotano, archiviano, dimenticano. Come se un tacito e unanime coro avesse dichiarato: avanti il prossimo.

Good Fellas, Cocktail, Morgan’s, Fashion e ora Tasca. Cinque locali per un fenomeno-tormentone che a Milano va per la maggiore. Cinque locali con niente di davvero speciale, capaci, però, di esser riusciti a entrare nella vita dei veri, presunti o aspiranti fighetti milanesi. E di aver segnato per tutti loro una fase, un periodo di uscite, serate, memorabili risate e, sì, anche epiche storte e sbandate. Per tutti gli altri, o semplicemente in generale, descrivono un quanto meno discutibile fenomeno meneghino.

Le domande di base è una: ma perché un locale qualunque riesce a passare dalle stelle alle stalle dall’oggi al domani? Dietro al mistero (che immagino non faccia prender sonno la sera) probabilmente si cela un banale mix di passaparola e moda, condito da una buona dose di abitudine e pigrizia. “Non so che fare? Faccio un salto lì”. “Non so dove andare? Faccio un salto lì”. “Non so con chi andare? Faccio un salto lì (che qualcuno lo incontro di sicuro)”. “Non so dove ribeccarlo/a? Faccio un salto lì (che il calcolo delle probabilità me lo dà per favorito)”.

In principio fu il Good Fellas. Via Cusani, pieno centro, possibilità di posteggio auto pseudo nulla, comodità del tratto in motorino, tra binari del tram, pavé e tombini-modello-conca: scarsa, davvero scarsa. Però il locale meritava. Macché. Pochi metri quadrati su due piani, di cui il secondo frequentato giusto perché nascondeva il micro-bagno. Caldo torrido e bancone sempre affollato, ma mai quanto il marciapiede all’esterno, dove, appollaiati, tutti quanti, me per prima, hanno passato intere serate tra drink e chiacchiere, avvistamenti e fugoni. Poi basta. Puff. Leggende metropolitane sostengono che siano stati i cantieri a segnarne la fine. Che a un certo punto, però, sono anche terminati, raddoppiando tra l’altro il famoso marciapiede d’appollaiamento. Acute teorie, allora, attribuiscono il triste destino del Good Fellas al permesso di apertura serale non rinnovato. Personalmente non scommetterei che quel permesso sia mai esistito.

Anche di questo si parlava al Cocktail (non è vero, ma non sapevo come agganciare il passaggio dall’uno all’altro), erede in via Vetere, zona Ticinese, fortunato eletto in un vicolo cieco costellato di locali. Tra tutti, a brillare per-non-si-sa-bene-quale-ragione, era il Cocktail. Anche qui stesso discorso. All’improvviso, puff. Il motivo? I lavori che, anche qui, una volta finiti, hanno migliorato di molto l’esterno-locale. Ma niente da fare, troppo tardi: il momento di gloria del Cocktail era già passato nelle mani di Meda al Morgan’s, all’angolo tra via Lanzone e via Novati. Altro giro, altro regalo, questa volta innaffiato di Vodka Daisy. Tra macchine, motorini e persone, muoversi era peggio di una partita a tetris livello 9. Difficoltà totale. Ora? Una tristezza vedere persino il camion verde dell’Amsa svoltare comodo l’angolo e proseguire senza ostacoli per la strada, ormai completamente deserta.

Dal Morgan’s al Fashion, in via San Marco, zona Brera. Cambio di quartiere, e anche di stile, ma non di dinamica, sempre uguale. Dentro molto più spazioso, fatta esclusione per il solito micro-bagno, musica e aria modaiola. All’entrata buttafuori in divisa per la selezione all’ingresso più inutile della storia. Perché nessuno ha mai voluto sedersi comodo all’interno, tutti hanno sempre preferito stare fuori, in movimento tra i “Ciao, come stai? Io bene e tu come va?” a destra e i “Programmi per dopo? Mah sono appena arrivato, poi vedo” a sinistra. Il processo di desertificazione del Fashion è stato graduale, ma inesorabile. A dargli il colpo di grazia l’apertura del N’Ombra de Vin di fronte. E, se la fine è sempre un nuovo inizio, ecco che il Tasca non ha perso tempo. Per attirare “quest’onda che viene e che va” di milanesi (imbruttiti). Di cui faccio parte.