Tranquillo Capo, non ci sono andato per cambiare lavoro. Ci sono andato perché fare il blogger ti dà questa opportunità: trascorrere una mattinata in una società di selezione del personale tra le più importanti al mondo senza avere l’ansia di dover sostenere un colloquio.

All’inizio sono un po’ prevenuto, lo devo confessare. “Chi sei tu, che mi incontri e mi giudichi in dieci minuti, per avere il potere di decidere il mio destino?“, penso. Guardo in sala d’aspetto un paio di persone che attendono di essere chiamate e immagino come in questo momento gli si stiano aggrovigliando le budella.

Incontro alcuni giovani selezionatori (certe volte l’Italiano è una lingua infelice, “recruiter” effettivamente suona molto più figo) e continuo ad essere diffidente.

Sono tutti fighi, educati, sorridenti, la ragazza seduta accanto assomiglia ad Angelina Jolie. “Troppo sorridenti“, penso. L’ultima volta che ho visto questi sorrisi smaglianti ho avuto a che fare con piazzisti da quattro soldi che cercavano di vendermi la fuffa. Mi fanno anche trovare le brioches e il succo d’arancia.

E invece no. Sono realmente sorridenti e vi spiego il perché.

Prima di tutto lavorano in un luminoso Openspace che, come loro stessi dicono, sembra tanto un call center ma in realtà, capisco dopo, è utilissimo per creare un team di lavoro cazzuto e ben organizzato, basato sulla condivisione delle competenze e sulla collaborazione reciproca.

Ci sono un sacco di foto in giro di cose fatte insieme, tipo gite, pomeriggi al parco, facce sceme, gatti e cani e via dicendo, a dimostrazione del fatto che l’ambiente in cui lavorano è realmente straripante di ottimismo e positività (che detto di una società di selezione del personale è veramente un gran bel segnale per l’Italia che vuole ripartire).

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Quando Ottavio, il Recruiter Senior con il quale trascorro la mattinata, mi racconta per filo e per segno i dettagli di una selezione (e lo fa realmente perché io lo sommergo di domande), scopro che il loro lavoro è tanto preciso quanto difficile. Quando Page Personnel presenta al cliente i tre candidati frutto di una scrematura che parte da un database potenziale di settanta, dico 70.000 nomi, capisco che neanche a loro piace avere in mano il destino di così tante persone.

Ma ognuno dei professionisti seduti in questi lunghi tavoloni pieni di telefoni e computer ha imparato una cosa molto importante: non bisogna preoccuparsi del 69.997 nominativi che questa volta non ce l’hanno fatta, ma dei 3 ai quali è data l’opportunità di giocarsela fino in fondo con il cliente.

Spetta a lui infatti la decisione finale e i recruiter me lo spiegano proprio perché io faccia capire a chi mi legge che non bisogna incolparli di aver generato mere illusioni.

Se una persona viene assunta è merito della persona stessa,

  • per aver avuto il coraggio di proporsi,
  • per aver accettato di sottoporsi a due o tre colloqui a vari livelli,
  • per aver dimostrato di avere le caratteristiche richieste per quel tipo di lavoro.

Punto e basta. Chi non passa la selezione, non ha semplicemente i requisiti richiesti, non è colpa di nessuno.

Torno in ufficio pentito di aver pensato male all’inizio di un gruppo di professionisti che in realtà stanno facendo un grosso favore all’Italia intera.

E sentirsi dire da Ottavio che il mercato del lavoro sta ripartendo non può che rendermi contento.