Quando capirai che comunque tu lo faccia va bene ti sentirai meno in colpa, fai cadere gli ideali che hai di te stessa e diventa realista”: mi ha apostrofato così, oggi, un’amica, mentre nel pieno delle mie mille elucubrazioni quotidiane mi sfogavo cercando un po’ di conforto.

La stanchezza, tanta, di questi ultimi giorni, mi sta provando ed è in questi momenti che finisco in un tunnel di ragionamenti complessi con me stessa da cui esco quasi sempre sconfitta. A meno che non intervenga qualcuno che me ne tiri fuori, con una frase schiaffo come quella che oggi mi ha detto Ale, quando le ho chiesto di psicanalizzarmi.

Essere una mamma e una lavoratrice è complesso. Inutile fare finta che sia tutto rosa e fiori. Freelance come me o dipendenti come molte mie amiche… beh, credo sia difficile un po’ per tutte.

Lavoro spesso con Federica, che ha un bimbo di 2 anni ed è libera professionista come me. Si destreggia tra una riunione e un’altra, tra Milano e la provincia, tra la baby sitter e la nonna che ogni tanto giustamente non possono. E poi c’è quello smartphone sempre in mano che ci fa vivere sempre connessi (come dice bene qui la mia amica Sabina), dando per esigenze lavorative un esempio ai nostri figli che non è forse quello che vorremmo. Lei ha scelto di cambiare e io la ammiro molto per questo. Da quando recupera il suo bambino al pomeriggio fino a quando lo mette a letto la sera è solo sua. Il tempo del lavoro è prima. Quando l’ho conosciuta era dedicata alla carriera, in corsa verso i suoi obiettivi. Oggi è sempre lei, forte e caparbia, forse un po’ più stanca e più preoccupata. La differenza è che un pezzo del suo cuore e della sua mente ora sono di Sebastiano.

Poi c’è Valentina, che ogni mattina si sveglia alle 5,30, lavora nella sanità e a volte fa turni. Porta la sua piccola all’asilo nido alle 6,30 e la recupera nel pomeriggio. Sono due giorni che sua figlia ha la febbre e riesco a immaginarla, mentre fa il lavoro della sua vita (perché si capisce che lo ama con tutto il cuore) che sbircia nella tasca del camice il cellulare, per sapere dalla nonna se Emma sta bene. La mente affaticata, la voglia di essere con lei. Amo molto il suo non buttarsi mai giù e affrontare i momenti di difficoltà con il sorriso. O al massimo infornando una torta.

Paola si è trasferita all’estero per seguire il marito. Ha lasciato il lavoro e con una bimba di pochi mesi, Cecilia, si è trovata in un ambiente completamente diverso dal suo. Lontano dalla sua famiglia, dall’aiuto dei nonni, dalle tenerezze della sua mamma, in cui spesso rivedo la mia. Le capita spesso di essere da sola, ma ha una forza e una concretezza che amo molto. Ogni tanto vacilla, come tutti, ma poi riprende le redini della sua vita e di quella di tutta la famiglia. I pezzi del puzzle, come le ho già detto in una delle nostre ultime conversazioni, andranno al loro posto. La stanchezza, come mi dice lei, a volte è così tanta che si annulla.

Ilaria quando è rimasta a casa in maternità era stufa del suo lavoro. Non si sentiva appagata, avrebbe voluto cercare altro. 9 mesi con Matilde sono volati. Giornate di sorrisi e serenità. Più si avvicinava il rientro più soffriva. Poi ha ricominciato a lavorare e si è accorta che in fondo il pensiero della sua bambina poteva rasserenarle ogni giornata e migliorare ogni difficoltà. Che qualsiasi cosa succedesse sarebbe tornata da lei, un raggio di sole.

Sono solo alcune delle storie delle mamme e lavoratrici che ho intorno. Siamo tutte uguali, in fondo. Avevamo un ideale di noi stesse a 20 anni, forse differente, o forse no. Ci immaginavamo così? Non lo so. Io no, o meglio, per alcune cose speravo di sì, per altre ho ancora una lunga strada davanti. Per riuscire a sentirmi meno in colpa quando la testa è da un’altra parte mentre sono con mio figlio, quando non do il meglio sul lavoro perché sono distratta dalla mia vita privata, quando mi sembra di essere sempre metà e metà e non fare bene nessuno dei tanti ruoli che ho nella mia vita. Quando sono stanca e vorrei dedicare del tempo a mio marito tornato tardi dal lavoro invece ci sediamo a tavola, parliamo 10 minuti e vado a dormire insieme a Giacomo. Quando il mio bambino mi tende le braccia mentre sto facendo una call e la nonna lo porta via per lasciarmi lavorare. In quei momenti quell’ideale che avevo può far male. Essere realisti, come dice la mia amica Ale, aiuta: essere la mamma di Giacomo è straordinario, il mio lavoro mi piace, le persone che ho intorno sono speciali. Farò quello che riesco a fare, come tutte le mamme qui sopra e le tante che conosco ogni giorno, cercando di liberarmi dei sensi di colpa.