Xaveir Marias dice che “lo stare insieme consiste in buona parte nel pensare a voce alta, nel pensare tutto due volte invece che una, una con il pensiero e l’altra con il racconto, il matrimonio è un’istituzione narrativa.” E come il matrimonio così il divorzio, aggiungerei. A testimonianza di questo, ci sono gli innumerevoli contratti prematrimoniali che mettono nero su bianco quello che prima veniva lasciato al buon senso. Mi sono imbattuta in alcune clausole così divertenti spulciando qua e là in rete, che meritano un po’ di sarcasmo, visto che i tempi dell’ironia se ne sono andati. Si aggiunga a questo che il 12 maggio del 1974 l’Italia ha votato NO al referendum sul divorzio, data che ha coinciso quest’anno, come allora, con quella della festa della mamma (qualora ci fosse qualcosa d’altro su cui riflettere).

Partiamo con un po’ di storia nostrana, anche se i contratti prematrimoniali di cui parlavo prima sono tutti, o quasi, americani. Come sanno raccontarsela bene loro, nessuno.

Fine anni Sessanta. Divorzio o non divorzio? Negli archivi del nostro parlamento, a partire dal 1878, esistono 11 proposte di legge in materia. L’onorevole Loris Fortuna, un deputato socialista, risolleva la questione. Le altre 11 proposte non sono andate avanti o sono decadute per fine legislatura.  La sua, che è la dodicesima, ha cominciato il suo cammino parlamentare.

Roma. Nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre del 1970 viene approvata la legge 898, che introduce il divorzio in Italia. La seduta parlamentare dura ben 18 ore e alcuni parlamentari vengono colti da malore. 319 sì, contro 286 no. La legge è approvata. Legge che porta il nome dei suoi due promotori Fortuna-Baslini. Ma l’Italia non ce la fa con leggerezza a essere come il resto del mondo, no. Così qualche anno dopo si fa un referendum per chiedere se abrogare quella legge. La propaganda è incredibile. C’è chi è contro, ovviamente, e chi a favore. Lo spot fatto da un giovane Gianni Morandi con la moglie Laura ne è un esempio. Il clima è rovente. Si arriva persino a far slittare la programmazione tv dell’Eurofestival, perché la mite Gigliola Cinquetti ha avuto la sfortuna di cantare un brano che si intitola “” e che contiene la sconveniente frase all’interno “Sì, all’amore ho detto sì”, visto che poi la Rai ha censurato le parole “Sì” e “No” in periodo di campagna referendaria.

E come spesso accade al nostro Paese quando va alle urne, il risultato è una grande sorpresa. 37 i milioni d’italiani chiamati a votare quello che sarebbe stato il secondo referendum dopo la scelta tra monarchia e repubblica. Per una volta non si vota su un partito o per dar voce alla propria fede politica, si vota per mantenere o meno una legge approvata anni prima dal Parlamento italiano. I NO, cioè contrari all’abrogazione della legge sul divorzio sono il 59,1% mentre i Sì all’abrogazione sono 40,9%. Votano l’88,1% degli aventi diritto, una cifra che testimonia quanto sia caro il dovere civico degli italiani sulla questione. Caro, sì, per forza, basta guardare “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi per capire quanto si sentisse il bisogno di una legge così.

E mentre l’Italia guarda Mastroianni che, per liberarsi della moglie, inscena di essere vittima di un tradimento perché così può ricorrere al delitto d’onore, in America, che sono avanti, molto avanti, la nostra Jackie Kennedy combatte con le scappatelle ripetute del marito, tanto che arriva a minacciare il divorzio.

Ma ecco che interviene il padre di lui, Joe Kennedy, offrendole un milione di dollari da versare in un fondo garanzia pur di non farlo. E lei rilancia. Chi non l’avrebbe fatto nelle sue condizioni? “Accetto il milione di dollari come promessa per il mio primo figlio, se non rimarrò incinta i soldi andranno a me, se invece avrò il figlio riceverò un identico milione di dollari per ogni nuovo figlio avuto”. Ma l’indimenticabile Jackie stupisce davvero quando nel 1968, mentre nel Parlamento italiano si discute se fare una legge sul divorzio oppure no, sposa Aristotele Onassis in seconde nozze, previa scrittura di un bel contrattino prematrimoniale. Sono 170 gli articoli formulati da Jackie e sottoscritti da Ari, tra questi si legge di 20 milioni di dollari prima del sì, un tetto per le spese voluttuarie, un tot per gli abbandoni, 25 milioni di risarcimento in caso di divorzio o morte, tre miliardi all’anno come argent de poche, camere separate e un calendario erotico che prevede non più di un rapporto sessuale al mese. Chapeaux!

Ma veniamo ai giorni nostri e rimaniamo sempre in America. Catherine Zeta Jones e Michael Douglas. Lei ha voluto mettere nero su bianco che per ogni anno di matrimonio passato insieme, in caso di divorzio, le andranno sei milioni di dollari. Ne aveva chiesti nove, ma i legali di Douglas l’hanno fatta ragionare. A lei inoltre va la casa, che è stata intestata al figlio, mentre a lui i regali di nozze del valore superiore ai 35 mila dollari. Poco male. Certo è andata meglio a Woody Allen che è riuscito a strappare a Soon Yi un accordo davvero vantaggioso, per lui: niente soldi in caso di divorzio e l’impegno a vivere in una casa diversa da quella della madre adottiva. Le sue origini l’hanno certamente aiutato. Fosse stato genovese avrebbe fatto lo stesso.

Ma torniamo in Europa. Abbiamo detto festa della mamma e anniversario del referendum sul divorzio? Kate Middleton e William hanno fatto un capolavoro nel loro contratto prematrimoniale. Kate, infatti, in caso di divorzio perderà in automatico la custodia dei figli. Certo ha chiesto e ottenuto di poterli vedere quando vuole senza limitazioni, per se stessa e per i suoi genitori. Che culo, verrebbe da dire, come quando vedemmo la sorella Pippa al loro matrimonio. Ma non finisce mica qua. Kate non avrà diritto a nulla del patrimonio di William, che dopo la morte della nonnina ammonterà a 327 milioni di euro. Kate perderà ovviamente il titolo nobiliare acquisito e la possibilità di abitare in uno dei castelli reali. E dulcis in fundo, Kate non potrà parlare con la stampa di William e del divorzio. Questo è davvero troppo.

Ma allora, parliamoci chiaro. Lo dico da non sposata, ovviamente, ma se come dice Groucho Marx “il matrimonio è la prima vera causa di divorzio”, perché l’umanità insiste?