Nel 1861 Ernest Michaux, un francese, lavorando nell’officina meccanica del padre, pensa di montare i primi pedali alla sua draisienne fissandoli al perno della ruota davanti. Da questo momento in poi il termine per indicare questa stranissima “cosa”, composta da due ruote, una posteriore piccola e una molto grande davanti, dotata di pedivelle, tenuta insieme da una specie di telaio ed un sellino posto sopra la ruota anteriore, sarà Biciclo o Bicicletta. Poco più di 150 anni da quella prima parola “Bicicletta” e poco più di 150 anni della nostra storia d’Italia.

Ma non ci soffermeremo su questo. Il nostro Paese deve pedalare ancora molto per raggiungere il resto del mondo in fatto di bicicletta. In questo immobilismo sociale, politico e civile che stiamo vivendo ci piace l’idea di darvi spunti per far pedalare l’anima. Chissà che poi il corpo non la segua a ruota.

Ma diamo uno sguardo a questo benedetto resto del mondo.

È il 1992 e un gruppo di amici a San Francisco decide di fare un giro in bici in città. Nasce il Critical Mass, movimento per sostenere l’uso della due ruote che ci riporta tutti col ricordo all’infanzia e per chiedere più piste ciclabili. Poi se pedali, pare che pedali anche l’economia, almeno così dice uno studio del dipartimento dei trasporti di New York. Più facile da parcheggiare di un’auto per entrare nei negozi.

La domanda che viene subito dopo è, ma quali sono le città migliori per i ciclisti? Senza aver letto il sito The Active Times, avrei detto Amsterdam dove ci sono ben 500 km di piste ciclabili lungo le quali far inturgidire i muscoli del polpaccio e il sito me lo conferma. A proposito di Amsterdam e biciclette ricordo un aneddoto che mi raccontò in un’intervista Marta Morazzoni, aneddoto che mi fa venire la pelle d’oca ogni volta che ci penso. Durante l’assedio nazista gli olandesi erano stati privati della radio e della bicicletta, un modo per isolarli anima e corpo, loro che con la bicicletta ci vivono davvero. E quando 30 anni dopo durante una finale di calcio fra Olanda e Germania la prima ha battuto la seconda, uno striscione è campeggiato fieramente sugli spalti: “Nonna, ti abbiamo riportato la bicicletta”. Grandiosi.

Tornando alle migliori città per i ciclisti, nessuna città italiana è fra quelle citate. Ahinoi. Ma ora a portare alta la nostra bandiera è arrivato Rumundu. L’idea di fare un giro del mondo in bicicletta alla scoperta di storie e stili di vita sostenibili gli è venuta qualche anno fa, in Australia. Poi l’anno scorso partecipa alla Start Up School della fondazione Mind The Bridge di San Francisco e viene selezionato fra i quattro finalisti. Beh, pensa Rumundu, alias Stafano Rocca, non resta che partire. Così un giorno si licenzia da un lavoro sicuro, carica la sua bici con cinque borse e comincia a pedalare. Il nome del progetto, Rumundu, arriva da sua nonna che gli ripeteva in continuazione “Ma tu sei sempri in giru pà ru mundu?”, che vuol dire “ma tu sei sempre in giro per il mondo?”. E Rumundu è stato.

Stefano ha varcato i confini italiani da qualche giorno, dopo aver pedalato in lungo e in largo per tutta la penisola, e ha dato inizio alla parte più dura del suo viaggio. In una chiacchierata fatta al telefono la settimana scorsa, mi ha detto che il calore delle persone incontrate fin qui è stato fenomenale ed è certo che anche altrove troverà grandi emozioni da condividere con la gente, nella sua ricerca di stili di vita alternativi al consumismo. Se gli chiedete perché la bicicletta, risponderà perché gli somiglia: “ha poche necessità, si confonde con il paesaggio senza disturbare, le piace sentire la consistenza dei diversi selciati e non dipende da elementi esterni se non dalla strada che ha davanti.

E a chi gli dice che ha avuto coraggio, risponde che tutti lo possono avere se hanno un sogno, e il suo è quello di scoprire e raccontare che in fondo in fondo questa umanità che sembra avere così poco a cuore il pianeta su cui vive, è la vera cura a tutti i mali.

Buon viaggio Stefano. Ti dedichiamo un video che riunisce le migliori scene di bicicletta al cinema. Peccato manchi quella di E.T., anche se a farci volare da oggi c’è il sogno di Rumundu che è un po’ anche nostro.