Ho appena finito di fare un quiz molto carino su “quanto ne sai di azzurri e di mondiali” e inutile dire che ne sono uscita sconfitta.

Sapevo 2 domande su 9. E non vi dirò quali. Ma in fondo del calcio non me ne è mai fregato nulla. Forse per via di quella doppia X che in termini calcistici sa tanto di chi scende in campo senza la vera fame di vittoria o al massimo perché ha venduto la partita. Eppure il quiz mi ha fatto pensare. Cos’è il calcio in realtà per una come me? A chi potevo chiedere se non a un dizionario. Ho rovistato nella libreria alla ricerca di Devoto e di Oli, da troppo lasciati senza aprir pagina. E pur essendomi fatta il mio film su quale dei tanti significati della parola “calcio” avrei trovato per primo, sono stata piacevolmente sorpresa.

Càlcio, 1 s.m. La parte inferiore della cassa del fucile, per analogia, l’impugnatura della pistola”. Certo, il calcio del fucile, neanche mi aveva sfiorato il cervello questa possibilità. Grazie a Giacomo e a Gian Carlo ho riascoltato Titti di De Andrè. Chi l’avrebbe mai detto.
Poi è arrivato un altro spunto, più prevedibile stavolta: “Càlcio 2 s.m. Percossa inferta col piede, pedata: prendere qualcuno a calci nel sedere.” E sul calcio nel sedere ho provato un po’ di malinconia per quelle sere da bambina quando, prima di dormire, mio padre mi raccontava la storia del “Galletto”, una sua personale rivisitazione dei musicanti di Brema, e il momento del calcio nel sedere dell’asino a uno dei ladroni era la parte più esilarante. Comunque è proprio in questa parte della definizione che si trova finalmente cos’è il càlcio di cui si fa un gran parlare in Italia, in questi giorni e sempre. “Gioco di origine inglese (football), che si rivolge fra due squadre di 11 elementi ciascuna su un campo di forma rettangolare, segnato da linee di delimitazione (linee laterali quelle relative ai lati maggiori e linee di fondo quelle relative ai lati minori); consiste nel far entrare una palla, che si può colpire solo coi piedi o con la testa, dentro la porta avversaria, posta al centro della linea di fondo e difesa dal portiere (che può usare anche le mani).”

Beh, più chiaro di così. Mi hanno però sorpreso alcune parole, in primis quel “di origine inglese”. Mi sono vista sotto agli occhi quella foto che sta facendo il giro del web in cui le due nazionali, quella inglese e quella italiana che si incontreranno sabato prossimo, sono ritratte sulle scalette dell’aereo. E ho ripensato alla frase di Lee Marshall alla fine del suo articolo che tanto mi è piaciuta.

Come si fa a essere contemporaneamente fico e serio, creativo ma ordinato, sciolto e scrupoloso? Se può essere di qualche consolazione, è un dilemma che preoccupa gli inglesi quanto gli italiani. Voi cercate di risolverlo con frequenti, eroici, velleitari appelli all’ordine, alla legalità, al rispetto delle regole. Noi lo risolviamo, il più delle volte, con l’alcool.”

Gian Carlo e Giacomo fanno poi riferimento alla palla che deve entrare in porta senza spiegare che si chiama “Goal”, ecco, questa mi è sembrata un po’ una mancanza. Cari Devoto e Oli, non me ne vogliate, ma pur non essendo una fanatica del calcio, quelle poche volte che mi ci avvicino (cioè per i mondiali) sul goal la penso come Pasolini (esticazzi dirà qualcuno):

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del «goal». Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.”

E sul fatto che “il portiere può usare anche le mani” non voglio fare facili allusioni. Perché sennò dovrei parlare anche del fallo da dietro, della punizione, della melina, della zona Cesarini e della panchina, ma ho già avuto la mia dose di calcio quadriennale. Ah, sul dizionario solo come terza opzione càlcio è l’elemento chimico.