Ho sempre amato la montagna, in particolare le Dolomiti, sono cresciuta tra il Plan de Corones ed il Lago di Braies

Ho imparato a sciare circa quattro anni fa, mi ha insegnano e trasmesso lo stesso amore per la neve una persona che ha sempre fatto dell’inverno e soprattutto del Telemark una ragione di vita. E così  ho conosciuto Emilio. Attraverso le fotografie ed i suoi racconti ho seguito spedizioni tra il Canada ed il Giappone, a bordo di elicotteri e tra fuori pista da togliere il fiato.

In questi giorni con immenso stupore e curiosità sto seguendo la spedizione che Emilio ed altri “coraggiosi” tra cui Simone Moro stanno affrontando sul Nanga Parbat.

Non voglio dilungarmi troppo e anzi lascio spazio a lui, che ci racconta il suo viaggio.

La nostra spedizione ha per obiettivo quello di tentare la prima salita invernale del Nanga Parbat. Insieme al K2 il Nanga Parbat è una delle ultime 2 montagne di 8000 metri non ancora scalate nella stagione invernale. Simone è uno specialista di questo genere di salite, ha già scalato tre 8000 in inverno. David Göettler è il suo compagno di salita. Io sono qui con il compito di “raccontare” dal campo base la spedizione, ma sono un alpinista e un telemarker, quindi ho qui con me al campo base i miei sci. Spero di usarli per scendere da campo 2, prima di tornare a casa.

  • Quali sono le sensazioni che si provano a stare così in alto?

I primi giorni in quota sono i peggiori, bisogna acclimatarsi, cioè bisogna concedere al proprio organismo la possibilità di adattarsi all’alta quota. E’ un processo che avviene allenandosi, muovendosi su e giù per la montagna, alternando fasi di lavoro organico e di recupero. I primi giorni in quota o quando ci si spinge in alto ci si sente un po’ svagati, una via di mezzo tra il sentirsi rimbambiti come per l’influenza e per aver bevuto una birra di troppo. Qualche volta, se si esagera con il dislivello e non ci si idrata abbastanza, un po’ di mal di testa. Per il resto dopo un po’ è perfettamente normale, solo un po’ di affanno in più quando si fa qualche sforzo o attività fisica.

  • Come si svolge la tua giornata? In quanti siete?

Siamo in tre. Quando ci si muove in montagna il ritmo è quello di tutte le giornate in alta montagna, come sulle Alpi, si cerca di muoversi abbastanza presto e di arrivare al campo successivo prima che cali il sole e cominci a fare davvero freddo, questo è un problema specifico delle spedizioni invernali, il freddo. Qui puoi arrivare tranquillamente a -40C o a –45C, in più c’è il vento. Una volta arrivati in tenda (si deve montarla) bisogna lavorare un sacco per tenersi caldi, per prepararsi da mangiare e da bere, bisogna sciogliere la neve ed è un lavoro che richiede tempo e pazienza, in quota l’acqua arriva all’ebollizione con molta fatica. Appena il sole tramonta normalmente si dorme, si sta rintanati nel sacco a pelo fino a quando arriva un po’ di sole e un po’ di calore, poi si ricomincia da capo prima di muoversi al mattino. E’ dura. Io, rispetto a Simone e David, spendo un sacco di tempo qui al campo base a lavorare per raccontare questa spedizione, è il mio compito principale. Devo scrivere, ma devo anche fotografare e filmare, backuppare tutti i files, duplicare i backups, inviare foto, video e report via modem satellitare, devo tenermi in contatto con i giornalisti e scrivere per blog o giornali, insomma devo “sbattermi” abbastanza. Soprattutto considerando il fatto che qui è tutto piuttosto aleatorio, la corrente, la linea satellitare, i dischi fissi dei computer, il tavolino su cui sto appoggiato.

  • Qual è la cosa o l’attività quotidiana che più ti manca durante una spedizione?

Il movimento. La mia routine di allenamento, lo sci in particolare nella stagione invernale, specialmente in un anno come questo, con tutta questa neve. Mi manca la mia famiglia, ovviamente. E il mio cane. Il mio cane mi manca tantissimo, cavolo.

  • Attraverso le fotografie racconti la spedizione, qual è la tua preferita fino ad ora?

A me piacciono le foto che raccontano qualcosa, non quelle che rispondono a delle domande, a me piacciono le foto che pongono domande. Non mi piacciono le foto troppo esplicite, che dicono troppo. Mi piacciono le foto che lasciano qualche dubbio, che disorientano un po’. Ho fatto tante belle foto qui, alcune sono on line ma molte altre verranno usate in una fase successive. Tra quelle che ho messo on line forse quella che mi piace di più è quella di Lativ, il ritratto di un uomo che vive poco lontano dal campo base e che ogni tanto passa a trovarci. Non riusciamo a comunicare per via della lingua ma ci capiamo a sguardi. Credo che uno di quegli sguardi sia entrato in una delle fotografie che ho scattato, e credo che sia arrivato anche a chi ha visto quella foto on line, su instagram. Poi ovviamente ci sono tante belle foto di azione sulla montagna, è una montagna bellissima questa, fare belle foto costa molta fatica ma non è poi così difficile.

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  • Cosa si prova una volta tornati a casa?

Una grande sensazione di distacco. E’ come essere una mosca, sai che le mosche vedono il mondo a una velocità venti o trenta volte superiore rispetto all’uomo, no? Almeno così mi hanno detto. Hanno un sistema nervoso e una visione più efficiente della nostra. Una mosca vede il mondo e gli uomini come muoversi al rallentatore, è per quello che è così difficile catturarle, le mosche. Perché noi per loro siamo fottutamente lenti e fuori tempo, goffi, impacciati. Ecco, tornando da una spedizione come questa ci si sente così, come una mosca. Vedi gente che si incavola per un parcheggio o per una scheggiatura sul vetro del telefonino, che va fuori di testa per una scocciatura di lavoro, vedi che trasferisce lo stress in ogni ambito della propria vita, nella famiglia, con gli amici. Vedi questa gente agitarsi e affannarsi e sbraitare, perdere efficienza e lucidità. Tu sei lì e dici, “ma veramente può succedere tutto questo?”. Le spedizioni e le montagne ti ridimensionano, ti fanno mettere in discussione la tua scala di valori. Perlomeno, a me succede così.

  • Ultimata questa spedizione, quali sono i tuoi progetti futuri?

Intanto recuperare il tempo “perso” con il telemark e la neve fresca. Sciare. Allenarmi sulle mie montagne e tornare ogni sera a casa mia, davanti al mio camino in compagnia della mia famiglia e del mio cane. Poi qualche viaggio prima della fine dell’inverno e prima della fine dell’anno un paio di altre spedizioni, più brevi di questa e da atleta, avendo come priorità la performance alpinistica. E poi scrivere, cercando finalmente di scrivere bene concedendosi il lusso di riscrivere. Un po’ di tranquillità, dopo questo, me la merito.

  • Se ti dico “montagna”:

Le montagne non sono niente. Sono rocce, sassi, neve, ghiaccio. Siamo noi che diamo un valore e un’anima alle montagne quando riusciamo a comprendere la loro storia e a rispettarla, quando impariamo a sentire il tempo delle stagioni e le forze degli elementi, quando finalmente riusciamo a mettere da parte quel complesso di superiorità che in quanto esseri umani ci pone sempre nella condizione di vedere l’universo come qualcosa che ci gira intorno. Vado in montagna per ridimensionarmi e per sentirmi piccolo. Quando mi sento piccolo e il mondo è grande, fuori misura, allora mi sento libero, indipendente. Riesco a sentirmi uno che non conta nulla rispetto a una montagna e allora, solo allora, le montagne diventano tutto per me. Passo da vuoto al pieno. E’ bellissimo.

 

 

“Ma più di tutto, queste salite, servono a rendersi conto di quanto noi siamo
minuscoli e insignificanti rispetto alla grandezza della natura
e rispetto a queste montagne. Siamo nulla, un filo d’aria, niente.”

da “Quello che ho imparato