Vivere significa convivere con una serie infinita di ingiustizie. È ingiusto che ci siamo bambini che muoiono di fame, è ingiusto che ci siano le guerre. Lo è che esistano i cattivi e che a smenarci siano sempre i buoni. Lo è che ci siano persone (leggi donne) che nascono con 90 cm di stacco di coscia e persone (stesso sesso, diversa tipologia) che vantano le stesse misure, ma per giro-coscia. Che ci siano le bionde naturali e le magre costituzionali, che ci siano quelle dal colorito uniforme e quelle dal fisico filiforme.

Ci sono ingiustizie che scandalizzano e ingiustizie che oltraggiano. Ci sono quelle che dividono e quelle che fazionano. Ma un’unica, grande, vera ingiustizia accomuna l’intero genere femminile, rendendolo magicamente un democratico calderone di frustrazione esistenziale: la condivisione della sorte di quella sfigata di Wendy.

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Mentre l’uomo moderno è libero di sguazzare nella sindrome di Peter Pan, accumulando giustificazioni, diluizioni e nuove munizioni a suon di caricatori di ventenni giovani e spensierate, la donna moderna, come quella grandissima loser di Wendy, finisce per dormire da sola nella camera dei grandi.

Così, mentre perdere se stessi e la propria ombra fa fico e combattere Capitano Uncino travestiti da Robin Hood effemminati è letteralmente un gioco da ragazzi, alle ragazze rimangono rammendo d’ombre e accudimento Bimbi Sperduti vari. E nessuno si stupisce. Perché questa è la base di una delle favole più acclamate della storia: il senso del dovere, la consapevolezza dello scorrere del tempo e la capacità di far passare un filo nella cruna di un ago sono tutte peculiarità prettamente femminili.

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Che sia colpa dell’orologio biologico o del sovra-potere logico, fatto sta che ovuli e neuroni spingono in un’unica agghiacciante direzione: che se vuoi arrivare da qualche parte, cara Wendy, devi diventare adulta.
Il nostro coccodrillo ha un tic tac ben più temibile di quello del nemico di Capitan Uncino: 3 sillabe cadenzate, una condanna illimitata zi-tel-la, zi-tel-la, zi-tel-la….

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Ripercorriamo le tappe del tracollo: Wendy è una ragazzina felice. Gioca coi fratellini e viene curata dal cane (strano. Ma molto inglese).
Chi è a rovinare tutto? Ovviamente un uomo. Seguendo logiche prettamente maschili, il padre della sventurata decide che, fermi tutti, è il momento che la sua pargoletta diventi farfalla.
È l’ultima notte in cui alla povera eroina è concesso di rimanere nel mondo dei piccoli. Ed ecco che arriva il nostro eroe. E la lettrice pensa “oooooh, finalmente qualcuno che si preoccuperà di quello che vuole Wendina bella”.
E invece no.
Perché l’eroe è ovviamente un uomo. In calzamaglia. Che ha perso la sua ombra.

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Alt, stop, zit, ferm! Apriamo gli occhi e accettiamo la verità: Peter Pan non è altro che un disagiato sociale, che vive in una comunità di bambini sperduti (leggi maschi sessualmente confusi), che non ha idea di cosa vuole nella vita, passa il tempo a inzigare un povero marinaio storpio e assume palesemente sostanze stupefacenti (vogliamo davvero fingere di non sapere cosa si nasconda dietro alla “fatina che produce polvere magica”?).

In pratica eccoci di fronte a un disoccupato, dipendente, inconcludente, immaturo uomo volante. Con discutibili gusti estetici.

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Ma, ed ecco il vero momento magico della fiaba, noi lo amiamo lo stesso. Peggio: noi lo amiamo forse proprio per questo.

Lo amiamo perché pensiamo di poterlo cambiare. E di convincerlo a venire con noi nella stanza dei grandi (così che in fondo, nemmeno a noi ci tocchi andarci da sole).

E quando ci accorgiamo che invece il pirla appartiene al genere “Senza Speranza” e continuerà per sempre a saltellare travestito da fagiolino, ce ne torniamo a casa a fare le grandi. Come ci aveva saggiamente suggerito papà.

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Tornando dunque alla maledizione di Wendy: il dover affrontare l’enorme ingiustizia che al suo amichetto sia concesso continuare a volare verso l’isola che non c’è e a lei tocchi arrangiarsi con quello che c’è.

Con padri meno dogmatici e baby sitter meno pelose, noi bambine sperdute di oggi, impegnate a evitare come Peter di chiederci cosa vorremo diventare da grandi, eccoci improvvisamente Wendelin adulte. Incapaci di accettare di esserci perse perfino l’occasione di dire una volta nella vita “io? Da grande vorrei fare la velina”. O quanto meno la fatina.  Che sono quasi certa che a quella gran stronza di Trilli nessuno sia mai andato a chiedere “e allora tu, quand’è che ti sposi e metti la testa a posto?”.

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