Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” scrive Neruda in una delle sue prime poesie e diciamolo, quanto vorremmo sentircelo dire anche noi dai nostri uomini. Persino al povero Pablo, che non era proprio un adone, se l’avesse rivolto a noi quel pensiero, avremmo ceduto. E invece spesso ci tocca avere relazioni dove lui fa con noi quello che l’estate fa con le nostre caviglie. Ma non usciamo dal seminato.

Le ciliegie sembrano essere un frutto che ben si presta a similitudini con sesso e amore. Poesia a parte, l’ho pensato quando ho visto il film di Laura Morante “Ciliegine”, che consiglio vivamente. Ecco, la scena che dà il titolo alla pellicola è un capolavoro di simbologia erotico-sentimental-culturale. Va sempre a finire così. Ti giri un secondo e la ciliegina non c’è più. E il colpevole non è il maggiordomo o potrebbe anche esserlo, dipende con chi siamo uscite quella sera. Ricordate Zucchero, la grande Marylin di A qualcuno piace caldo”? Aveva riassunto la sua sfortuna in amore con un paragone azzeccatissimo: “è la storia della mia vita, se c’è una ciliegia col verme, tocca sempre a me!”.

Visto che siamo di stagione sia per le ciliegie che per i nuovi amori, forse è il caso di fermarci a riflettere. Casanova – modello tra i più sbagliati cui ispirarsi, lo so – diceva che “le donne sono come le ciliegie, una tira l’altra”. Vale però anche la versione meno maschilista, e cioè che gli uomini sbagliati sono come le ciliegie, una volta che se n’è trovato uno sembra che non se ne possa più fare a meno, per poi rimanerci male quando ci si guarda indietro e si vedono solo i noccioli e dei gran mal di pancia.

I giapponesi, che per i ciliegi vanno pazzi tanto che ne festeggiano la fioritura a fine marzo con la sakura hanami, hanno un proverbio che mette insieme bellezza e caducità del fiore di ciliegio, con bellezza e caducità dell’uomo perfetto: “fra i fiori il ciliegio, fra gli uomini il guerriero”. Quale donna non cerca il guerriero come maschio alfa cui accompagnarsi? Però, lo dicono pure gli amici del Sol Levante, durano poco. Non che i giapponesi siano la bibbia in quanto a relazioni erotico-sentimentali, visto che sono quelli che col sesso hanno un rapporto un po’ particolare. Sono quelli delle Gheishe, ma sono anche quelli delle maniglie dell’amore, dei distributori automatici di biancheria intima usata e dei “maid cafè” dove puoi scegliere la ragazza con cui dormire. Dormire, non andare a letto, per quanto le due cose siano spesso geograficamente limitrofe.

Certo che se vai a dormire con una che dopo aver mangiato una ciliegia fa quello che riesce a fare Kerry Knot in un episodio di Twin Peaks, scegliere dal menù il poterla solo fissare negli occhi per un minuto è l’ultima cosa che ti viene in mente.

Per quanto l’età adulta abbia sostituito i miei ricordi di bambina in fatto di ciliegie, di quando salivo sugli alberi per mangiarle, con l’immagine del film della Morante o con la frase di Zucchero in “A qualcuno piace caldo”, le prime ciliegie che vedo nei banchi della frutta sono sempre foriere di leggerezza e buon umore. Sarà per il colore, per la forma o forse per le infinite proprietà che comunque hanno, non ultime quelle di far bene al cuore, inteso proprio come muscolo cardiaco. Forse sarà per quello, che poi da lì si arriva a pensare all’amore e a quanto per cultura o per istinto ci gira intorno, compresi il sesso e la passione. Comunque sia, anche se non salgo più sugli alberi e sono felicemente accompagnata, se ne vedo due unite per il picciolo non resisto, mi faccio degli orecchini, che se Arcimboldo sapesse… Lo dice anche l’equazione di Dirac (? + m) ? = 0 “se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema.” Così capita fra le ciliegie e le mie orecchie, e tra me e tutti gli amori giusti o sbagliati che mi hanno nutrito in questi anni. La ciliegia, in fondo, è la continuazione dell’amore con altri mezzi.