La prima volta che ho assaggiato una lacrima ancora me lo ricordo. Ero bambina.

Quel leggero gusto salato che con la punta della lingua avevo catturato all’angolo della bocca quando ormai la lacrima, facendomi anche un po’ di solletico, mi era scivolata lungo la guancia, mi si è stampato nel cervello. Era il gusto dell’inconsolabile malinconia che ti prende quando davanti a te hai ancora tutta la vita e tutta ti sembra troppa. Niente sapore di fragola, purtroppo, come nella favola di Nicola Savino.

Mi ricordo poi le lacrime dell’adolescenza, il gusto si è fatto più amaro, sempre salato, ma più pungente. Forse per via dei punti interrogativi che ti uncinano l’anima quando credi che “i mai più” e i “per sempre” abbiano un valore, non sapendo ancora che quell’intransigenza l’abbandonerai per un più sano possibilismo verso i trenta.

A giorni saranno quaranta e se faccio l’inventario delle mie lacrime, mi si inumidiscono subito gli occhi. “Ho cominciato a piangere per gioco, e poi ho creduto che fosse il mio destino”. Questa è la grande Alda Merini, ma credo che per molte donne valga la stessa cosa. La lacrima è femmina. Dalle prefiche alla Fornero, passando per Sandra Milo, gli esempi sono tanti. Scherzi a parte, da una lacrima sul viso si capiscono molte cose per una donna e non lo dice solo Bobby. I soliti studiosi ci hanno voluto dare dei numeri per supportare quanto abbiamo sempre saputo: le donne piangono 64 volte all’anno, circa un giorno su sei, il quadruplo rispetto agli uomini che piangono invece in media una volta ogni 22 giorni, per un totale di 17 giorni all’anno.

Non stupisce quindi che sia venuta a un uomo l’idea di vedere se nello spazio si può piangere, quando in realtà ci si dovrebbe chiedere perché mai non si dovrebbe. E la risposta che l’astronauta canadese ci dà è che si può piangere, ma senza che le lacrime cadano. E che gusto c’è, dico io, se non puoi banchettare alla mensa del tuo dolore?

Chissà cosa avrà pensato Laika quando le sue lacrime non le hanno rigato il muso quel novembre del lontano 1957, mentre moriva nella sua gabbia spaziale chiamata Sputnik-2, partita dalla base di Baikur in Russia. Ma lasciamo stare, che sennò ci viene voglia di urlare, altro che piangere.

Ritorniamo coi piedi per terra. In Giappone (e dove se non lì) c’è addirittura una gara di pianto. Secondo un’antica tradizione a Nazikumo due lottatori di sumo si sfidano, tenendo in braccio dei bambini, a chi li fa piangere di più. Io non potrei mai fare da giudice, il pianto dei bambini mi paralizza. Anche perché non credo che i due omoni con gli occhi a mandorla ricorrano a espedienti ingegnosi come quelli di De Sica, quando ha fatto piangere il piccolo Enzo Stajola, ovvero Bruno, nella scena finale di “Ladri di biciclette”.

Da quando sono mamma, poi, piangere è diventato un intercalare, una specie di “cioè” per ribadire qualcosa. È un pianto che parte dalla pancia, sale poi nel naso e si riversa negli occhi. “E alle nari gli irruppe uno stimolo acre”, come dice Omero descrivendo il pianto di Ulisse per il padre. Tutti hanno sperimentato almeno una volta quel pizzicore nel naso, quel qualcosa che brucia e che deve essere buttato fuori per essere spento. Ecco, quello per me si è fatto con gli anni più intenso. Il sapore delle lacrime è cambiato di poco. Le fermo sempre con la lingua all’angolo della bocca e sono ancora moderatamente salate, ma quel dolore al naso è più insistente. Lo è meno quando sono lacrime di gioia. Quando per esempio la risata trova il suo punto di rottura, e diventa improvvisamente pianto. Lì io mi perdo e il naufragar m’è dolce.

Una cosa devo però confessare per recuperare in qualche modo l’universo maschile in tema di lacrime: è soprattutto a loro che devo l’ottima lubrificazione del mio globo oculare, perché a questo servono le lacrime al di là di sentimentalismi e cultura, sia per il troppo dolore che per il troppo riso.

Quando vedo Noodles nell’ultima scena di C’era una volta in America che sorride mentre gli occhi gli si fanno umidi ripensando a tutta la sua vita – e di cose gliene sono successe – , sento che in fondo in quell’immagine sono riscattate tutte le lacrime mai piante del sesso forte. E così siamo pari. Oppio per oppio.

E versiamola qualche lacrima, su, anche perché in un mondo senza malinconia, parola di Emil Cioran, gli usignoli si metterebbero a ruttare.