No, non è un refuso, intendevo proprio corsa. Perché come ogni cosa che fa, pensa e dice una donna, lei sa che deve fare i conti con la sua predisposizione biologica a essere contenitore.

E così riempie di significati, oggetti, parole e sentimenti tutto quello che la riguarda. Accumula. Colleziona. Accatasta. Pura vocazione alla disposofobia. Gli uomini, che spesso “vagano attraverso i giorni come puttane in un mondo senza marciapiedi”, per dirla alla Cioran, sanno che se vogliono trovarvi rifugio, devono stare attenti ad aprire la porta perché può capitare come con certi sgabuzzini. E la corsa, se passa per le mani, anzi per i piedi, di una donna subisce la stessa magica dilatazione.

Troppo semplice l’interpretazione che ne dà Muccino nell’Ultimo bacio e decisamente fuorviante quella delle gare di velocità sui tacchi a spillo che si vedono in giro. Sarà che di mezzo ci sono i piedi che, come insegna quella “granculo” di Cenerentola, possono essere rabdomantiche appendici per scovare Principi Azzurri dalle grandi liquidità. Come dimenticare poi il dialogo in Pulp Fiction fra Samuel L. Jackson e John Travolta sull’importanza del massaggio ai piedi, quando i piedi sono quelli di una donna. Perché, che sia o meno “lo stesso fottuto campo da gioco”, qualcosa che lega i piedi alla nostra parte più intima c’è. Del resto, facevano friggere anche i versi di Puskin, come dice Erri De Luca nel suo commovente elogio.

Ma veniamo alla corsa, vera epifania dei piedi. Quanto c’è della vita e del cuore di una donna nella sua corsa?

Emma Watson, la bella Hermione di Harry Potter, ne ha dato la sua personale interpretazione, facendoci scoprire, falcata dopo falcata, la sua vera natura.

Ma il capolavoro si compie con un’attrice di casa nostra: Anna Magnani.

Il set è quello di Roma città aperta, lei, occhi neri febbricitanti e capelli da Medusa, ha appena litigato col fidanzato, Massimo Serato. Lui se n’è andato sbattendo la porta, lasciandola digiuna di una scenata come si deve. Non si fa, con una donna affamata di emozioni come Nannarella, non si fa. Infatti lei, per tutta risposta, ha messo il cuore dentro alle scarpe e si è buttata all’inseguimento della macchina che lo stava portando lontano. Il viso pieno di lacrime, il disordine dei gesti e dei pensieri, finchè non è inciampata. Un ostacolo l’ha bloccata e si è intravisto l’infinito. Così bastò la siepe al Leopardi. E a intravedere quell’infinito c’è Roberto Rossellini. Nuova cornice, stessa enfasi, quella corsa si stampa nella mente del regista e diventa quella del film dove Pina corre dietro al camion tedesco che le porta via l’uomo, uno dei massimi momenti del cinema mondiale. Ma non finisce qui, proprio perché nella corsa di una donna c’è molto di più di un meccanico movimento del corpo. I due si innamorano e in quella corsa, senza volerlo, si è già profilata una nuova realtà. Sempre di donna.

È una calda sera di primavera del 1948. Una famosissima attrice di Hollywood è sottobraccio al marito mentre passeggiano per la Cienaga Boulevard e decidono di andare al cinema. Danno un film italiano. I film stranieri nel ‘48 non godono di grande considerazione a Hollywood. Vengono al limite proiettati in piccoli cinema per un pubblico di immigrati che non ha bisogno di sottotitoli. Quella pellicola, nella fattispecie, non ha l’aria di essere una di quella che procurano grandi incassi e il titolo è “Roma città aperta” di un certo Roberto Rossellini. Quell’attrice ne rimane folgorata. Qualche mese dopo si trova a New York per partecipare a un programma radiofonico e mentre passeggia per Broadway vede di nuovo quel nome su uno dei cartelloni fuori da un piccolissimo cinema. Il titolo è Paisà. Stavolta è sola, compra un biglietto e per la seconda volta rimane inchiodata alla sedia. Finito il film corre verso casa e una volta arrivata scrive una lettera per quel regista italiano.

Caro signor Rossellini, ho visto i suoi film “Roma città aperta” e “Paisà” e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”. Quella lettera è firmata Ingrid Bergman.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. La corsa della Magnani brulicante di vitalità e disperazione va a sbattere contro un metro e ottanta di algida fierezza svedese per imprimere nuovo movimento. A far muovere i piedi, il cuore. Basta guardare la scena iniziale di Stromboli, il primo film di Rossellini con la Bergman, per capire che era già tutto scritto nella corsa.

Ah, se le donne sapessero leggere quello che scrivono coi piedi mentre corrono.