Spopola su Internet, impazza su Facebook: in ventiquattro ore scarse ha già fatto bingo la campagna #CoglioneNo. L’iniziativa, lanciata per sensibilizzare e denunciare lo sfruttamento dei giovani creativi italiani, è rimbalzata da un sito a un profilo, facendo girare tre video dalla formula breve, ironica e a effetto incisivo.

Protagonisti un idraulico, un antennista e un giardiniere che, a lavoro fatto, vengono pagati zero, ma ricompensati con quelle “simpatiche” frasette che designer, grafici e giornalisti alle prime (e non solo) armi conoscono bene. E cioè?

“Bravo, ben fatto, hai talento, passione, sei capace, vedrai che, se insisti, farai strada”. Oppure: “Guarda, a me spiace, ma ho le mani legate: sono senza budget”. O, ancora: “Sai, è un periodo duro per tutti; sai, la crisi, i tagli, i ridimensionamenti… però complimenti e vai sereno che sei giovane e che tutto fa curriculum”. Bla, bla, bla. Una stretta di mano, arrivederci e grazie.

Sono cinica perché di parte. Non ce l’ho con il tris di video né con la campagna, tutt’altro, è solo che toccano un paio di tasti per me dolenti. Odio vittimismi e lamentele, ma, forse, odio ancora di più gli stage non retribuiti e le collaborazioni sottopagate in ritardo di mesi.

Ho fatto uno, due, tre stage gratis, anzi, in perdita. Perché la benzina non me la regalano e la sottoscritta a pranzo ha fame e durante la giornata ha sete. Se non mangia e non beve, rende meno e più lentamente. In più ha due vizi: caffè e sigarette, binomio sblocca-ispirazione e accelera-produzione. Per cui, senza guadagnare, ha speso… i soldi di mamma e papà.

Ho collaborato con una, due, tre, enne testate, firmando pezzi costati telefonate, spostamenti, tempi ed energie; e ricompensati con cifre da farmi rimpiangere il babysitteraggio ai tempi del liceo. Scelte mie, responsabilità mia: nessuno mi ha costretto. Tutta esperienza di lavoro e di vita. Che ho fatto e che non rifarò. Perché non si lavora per la gloria. E perché… cogliona sì, ma fino a un certo punto.