C’è stato un prima (aureo), e c’è stato un dopo. Nel “prima” mi nutrivo di favole Disney sull’amore eterno, attendevo sicura e tronfia l’arrivo di Azzurro, e, apoteosi dell’incoscienza, tenevo nella dovuta considerazione solo due date del calendario: compleanno mio e di Gesù.

Poi… poi è arrivato un Santo Ingombrante. E tutto è cambiato.

Luminoso esempio di educazione cattolica, 5 anni alle Marcelline plus 8 anni dai Gesuiti fanno di me un virgulto di valori e punti di riferimento. So che ci penserà Santa Lucia a conservarmi la vista (o l’appetito. O entrambi), so che il fatto che io sia ancora in possesso di una patente è merito della miniatura di San Cristoforo, che ho appesa alle chiavi della macchina, e so che se voglio ritrovare qualcosa tocca pagare pegno a quello strozzino di Sant’Antonio. Eppure, mai, mai, mai, in taaanti (mamma, diciamocelo, troppi) anni di catechismo, che una suora e/o un prete (che di tempo, in fondo, ne avrebbero avuto) mi abbia istruito a mettere una parola buona con Sua Eminenza San Valentino.

Manco colpa dei singoli soggetti, per carità. Che Suor Antonietta e Frate Stella non hanno colpe di loro. Perché diciamocelo, il problema è ai vertici. Il problema è che la Chiesa, San Valentino, non se lo fila di pezza. Tutto un cancan per San Francesco e i suoi animali, per Santa Caterina che c’ha le visioni mistiche, per San Benedetto che c’ha la sua regola, quando, alla fin fine, l’unico che conta davvero, quello che c’ha il nostro cuore in mano, nessuno che si preoccupi di fargli fare carriera.

È stato così uno shock per me, quando, il 14 febbraio 1995, ho scoperto che una vita all’insegna della formazione cattolica mi aveva portato a votarmi sempre al martire sbagliato.

Perché, dopo avermi dato il mio primo vero bacio al chiaro di luna, Lui, Mr Wow, l’uomo dietro al quale un’intera scuola moriva, l’uomo dietro il quale avevo sbavato per gli altri 364 onomastici del calendario, alle ore 22 mi ha fissato negli occhi, ha accennato un sorriso e, sfiorandomi i capelli ai lati del viso mi ha detto “… rimaniamo comunque amici”. Scomparendo (rosa alla mano) verso labbra più procaci (e, putta a caso, più capaci).

San Valentino si è palesato, mi ha soppesata, e mi ha rimessa al mio posto.

E, da allora, io e lui non è che andiamo tanto d’accordo. Non andiamo d’accordo perché odio l’opulenza con la quale rivendica il proprio potere, ammorbando le vetrine dei negozi di cuori-soli-amori. Perché mi irrita l’improvvisa impennata di vendite dei Baci Perugina, rifugio sicuro di tutti coloro che manco la fatica di scrivere due righe melense e scontate, ma almeno senza stipendiarmi Moccia. Perché detesto dover specificare “sì, vogliamo un tavolo per due, ma no, non siamo un’orgogliosa coppia lesbo” e quindi no, non sono obbligati a fingersi open minded e troppo alla mano quando inevitabilmente immemore della ricorrenza il 14 febbraio riesco ad organizzarmi la cena rimpatriata con un’amica.  Perché ho la matematica certezza che San Valentino sia il Santo Protettore di Zuckerberg e ci sia qualche specie di cospirazione terren-celestiale per far sì che tutte le coppie che conosci e per il resto dell’anno stimi e che, ça va sans dire, si frequentano ufficialmente, spesso convivono, certamente si chiamano, smessano, whatsappano, emailano, PARLANO ed INCONTRANO dal vivo debbano condividere le foto della loro cena romantica online taggandosi, anziché preoccuparsi unicamente di imboccarsi a vicenda e lasciarci vivere in santa pace. Perché vorrei tanto che @topino81 sapesse tenere in mano non dico una penna, ma un cellulare e scrivere a @coccinella86 che “io e te 3 metri sopra il cielo” senza intasare la mia bacheca.

Perché di base, se vuoi coprirmi di attenzioni, cioccolatini, regali, BRILLI, nulla ti vieta di farlo tutti i giorni, tutto l’anno (anulare misura 13. Prendete liberamente nota). E perché, spiace perché spiace, snob perché snob, ma classe perché classe, ma il San Valentino, da che mondo e mondo, il Milanese (nato e cresciuto dentro i bastioni, cioè IL Milanese) non lo festeggia.

Ma, se c’è una cosa che mi sento di riconoscere al Valo quest’anno è che (e mi spiace, ma quando ce vo ce vo) c’ha le palle che gli fumano. Perché, oggi come oggi, avere il coraggio di rivendicare la dignità dell’amore non è mica cosa da poco.

Nutrite a pane e “vissero felici e contenti” e indirizzate alla via di “quella gran culo” di Cenerentola, noi 30enni di oggi, per un certo periodo di tempo, alla dignità dell’amore ci abbiamo davvero creduto. Fino al primo Teddy Letame pronto a lasciarci per andare a sciare con gli amici. Quando, educate alla dura legge della giungla e edotte sul teorema Ferradini, abbiamo imparato che l’amore finiva per ledere la nostra di dignità. Ed è così che, riposto il diadema, smesso di cantare con gli uccellini al mattino e scoperto che il cristallo non è adatto a una nottata di twerking in discoteca, quella dignità abbiamo imparato a difenderla.

Ed è stato un attimo passare dal “oh come sono innamorata” al “sia mai io rimanga fregata”.

Quindi non chiamarlo, non sentirlo, non pensarlo, non pressarlo. Perché tutto puoi permetterti, tutto, ma non di far capire a qualcuno che è davvero importante per te. Perché, quando lo capisce, taaaac, sei fregata. Ti molla. Perché sei diventata una colla.

Perché al giorno d’oggi puoi serenamente darla via come se non fosse tua, prenderti un master in sbiancamento anale, farti il mini boy e usarlo solo come toy. Tutto purché non ti azzardi ad ammettere di essere una fanciulla indifesa, di credere ancora al per sempre insieme e di contare su un NOI.

Eppure eccolo, nonostante tutto, a 1741 anni dalla sua morte, il Val: pronto a rivendicare anche per noi il diritto all’ostentazione delle ragioni del cuore. A ricordarci, almeno una volta all’anno, che siamo autorizzate a concederci il lusso di pensare a lui e accenderci come una candelina sulla torta (sì, anche quando “lui” non sa manco chi siamo noi).

Per cui Scialla, c’è amore nell’aria.

(@S.Valentino176: 19 anni e questa missiva come offerta votiva. Sappiti regolare se vuoi continuare a farti adorare).