Di Grace Kelly ce n’è una. E per fortuna. Certo, figlie e nipoti non scherzano affatto in quanto a classe, eleganza e bellezza.

Ma chiudiamo un occhio sulle eredi e, già che ci siamo, su tutte le altre simil-dee che, di tanto in tanto, scendono su questo mondo. A noi umane basta Grace Kelly. Che, come noi, apparteneva al gentil sesso. Ma, diversamente da noi, era una principessa da sogno, un’attrice da Oscar, una moglie, una madre, una donna senza pari e rivali. Sua Altezza davvero sempre all’altezza.

Difficile immaginarla anche solo una volta fuori luogo. Ancora più difficile pensarla alle prese con quei geni maldestri che costellano il Dna di tutte-le-non-Grace, facendole sentire spesso gli alter ego al femminile di Fantozzi o le versioni cresciute di “Pollon combina guai”, e, gioco forza, portandole ad affinare la propria autoironia.

Se per alcuni è una dote di carattere e per altri una forma d’intelligenza (giuro, me l’hanno detto, e da quel momento ci credo tantissimo, mi sento intelligentissima), per me è una filosofia di vita. D’altronde non mi chiamo Grace e non ho colpa se, di quei dannati geni maldestri, Madre Natura me ne ha regalati senza badare a spese. Eliminarli non è possibile, conviverci e prenderli in simpatia, sì.

E, se anche la femminilità se ne va molto spesso a quel paese, se il rosa bon ton sfuma verso il rosso paonazzo per l’imbarazzo, se il discorso pacato diventa silenzio gelato, se la battuta compita si trasforma in pessima uscita, se la situazione serena vira verso la conclusione del “sei tutta scema”, non c’è problema. Perché l’autoironia ti insegna a sdrammatizzare gaffes e figuracce, a prenderti in giro, a farti fare quattro sane risate, anche quando vorresti scavarti una fossa.

Grazie ad anni di esperienza (e di innumerevoli brutte figure), ho imparato a usarla talmente bene che quasi la metto in cv. Così, di fronte all’ennesimo micro o macro danno combinato, è vero che divento ancora rossa in faccia e che mi ripeto tra me e me: “Non è successo, non è successo, non è successo… D’OH! E’ proprio successo!”. Ma è altrettanto vero che:

Grace Kelly non è un metro di paragone né un modello di confronto attuale: troppo facile e comodo vivere in un tempo e in un mondo in cui, tra cocchieri e servitù, zero tecnologia e scarsi sbattimenti (sono davvero una milanese imbruttita, ma non c’è termine che renda meglio il concetto), tutto non poteva fare altro che filarle liscio. Grazie, però, capace anch’io così (W l’autoconvinzione).

– Non sarà capitato solo a me di inviare una mail (sul cui contenuto preferisco sorvolare) non all’amica cui era destinata, ma al grande capo di turno, e di ricevere come riposta, nel migliore dei casi: “mi chiamo Marco, non Marti”; nel tranquillo dei casi: “penso non fosse per me”; nel peggiore… una sfilza di punti interrogativi, scritti in grassetto, carattere 56, e seguiti da una sòla formato gigante con pinguini effetto gelo immediato in allegato.

O di spedire un sms che parla in modo compromettente di ics a ics e non a chi avevo in mente; o di complimentarmi per la dolce attesa di una conoscente che, in realtà, non aspetta nessun bambino, ma solo di smaltire i chili accumulati sul girovita. O di insultare l’automobilista coglione che, anche in pieno inverno, gira col finestrino giù, quindi mi sente, mi vede, mi accosta – semaforo verde mai, grazie Murphy – e risponde per le rime.

O di trovarmi nell’androne di casa infrattata con il lui puntato da mesi esattamente nel giorno in cui il solerte portinaio (che non ha mai alzato un dito nella sua vita, grazie Murphy) ha ben pensato di allineare una batteria di pattumiera in vista del passaggio dell’Ansa dell’indomani, creando così una romantica e profumata cornice modello Napoli nei tempi peggiori. O di interessarmi della fidanzata “troppo carina e simpatica” del ragazzo incontrato per caso e sentirmi dire “non ho la minima idea di come stia, sicuramente meglio di me: mi ha scaricato un mese fa per andare a convivere con il mio collega”.

O di buttare dal finestrino anteriore la sigaretta e ritrovarla sul sedile posteriore… bruciato (adorati fratelli, sì, sono stata io a fare quella conca sul sedile della vecchia Polo… peace&love); o di aspettare, infastidita, che il telefono prenda la linea, salvo realizzare che, senza schiacciare “chiama” sul display, non la prenderà mai. O di essere al momento giusto nel posto sbagliato, perché continuo ad associare vie a caso (via Bergognone non è via Borgospesso così come viale Zara non è viale Monza). O, ancora, di trovarmi con: la gonna lunga (tra l’altro nuova, grazie Murphy) risucchiata dalla ventola del motorino, un ritardo tale da non poter rientrare a casa per cambio-vestito-urgente e un bauletto che offre come mise alternativa dei pantavento del primo dopoguerra.

O… beh, direi che può bastare… e che soprattutto non mi conviene continuare!

 

L’Abc(def) per maldestre croniche:

A Rimbomba solo nel tuo cervello la gaffe che ti è appena uscita dalla bocca, il resto del mondo la sente una volta e basta, fidati, è così.

B Le persone hanno sicuramente molto di meglio da fare che ricordarsi i tuoi siparietti tragicomici (altrimenti sono messe peggio di te).

C Un sorriso aiuta sempre.

D Indietro non si torna: se hai fatto una brutta-ma-davvero-brutta figura, l’hai fatta. Ma non hai ucciso nessuno. Quindi vai avanti che, dopo un po’, ne farai un’altra. No, scherzo, dopo un po’ avrai un aneddoto in più su cui ridere (di te) anche in compagnia, scoprendo spesso che sulla barca non sei sola.

E In caso di involontari incidenti che recano un danno, seppur lieve, a qualcun altro – come rovesciare il caffè in aereo, innaffiando la poveretta che ti siede accanto (e la sua borsa griffata nuova fiammante) – non resta che scusarsi, ovviamente e sentitamente, ma non ripetutamente.

F Importantissimo: evitare categoricamente di tamponare la situazione nel tentativo di salvarla. La peggioreresti. Ormai lo sai 😉

 

Ps: doveva essere un post, è venuto un papiro…