In questi giorni rimbalza da un sito all’altro la storia di James Robertson, un operaio di Detroit che da circa dieci anni percorre a piedi 32 chilometri per recarsi al lavoro. La sua auto, una vecchia Honda Accord (leggi fra le righe: le auto giappo non valgono nulla) lo ha lasciato a piedi e così lui ogni mattina prende l’autobus, poi fa 12 chilometri a piedi, poi lavora come un negro (per forza, è di colore) per otto ore dalle 14 alle 22 costruendo componenti americani (e quindi affidabilissimi) in una fabbrica americana e poi, siccome a quell’ora non ci sono autobus per tornare a casa deve farsi 20 chilometri per arrivare a casa. Tutto questo per dieci anni. DIECI ANNI, CAPITO?

Poi un giorno (DOPO DIECI ANNI!) un giornalista si accorge di lui, racconta la sua storia e inizia il sogno americano. Nell’ordine:

Il giornalista del Detroit Free Press (product placement n.1) ne scrive un articolo (ma non fa nulla per aiutarlo).
Leggi fra le righe: Ecco una storia alla Barbara d’Urso, il povero operaio negro che ama il suo quartiere e i suoi vicini di casa e piuttosto che cercarsi un appartamentino un po’ più vicino al lavoro PER DIECI ANNI fa una vita di merda consumando suole di scarpe.

Un ragazzino di 19 anni apre sul sito GoFoundme (product placement n.2) una raccolta fondi per raccogliere 5000 dollari per comprargli una macchina e ne raccoglie 350.000!
Leggi fra le righe: Ci vuole sempre un ragazzino bianco per aiutare un povero negro fregato da quei maledetti giapponesi, come quando durante la seconda guerra mondiale i bianchi sulle navi da guerra sparavano ai giappo e i negri stavano in cambusa a pelare patate.

Un concessionario Ford (product placement n.3) di Sterling Height, Michigan, legge la sua storia e lo chiama, facendogli trovare i giornalisti e una rossa fiammante Ford Taurus, tutta per lui, con cui potrà DOPO DIECI ANNI ricominciare ad andare a lavorare in auto.
Leggi fra le righe: La Ford sta perdendo quote di mercato perché la Chrysler fa anche la 500 e dobbiamo inventarci qualcosa, allora regaliamo la Taurus, che tra l’altro la usa anche la polizia che ultimamente uccide i negri a sangue freddo, e gliela regaliamo rossa come la Ferrari di quel dannato italiano in maglioncino che ha comprato la Chrysler e fa le 500.

Happy ending: il povero James sale sull’auto e piange ringraziando la città di Detroit, che definisce la vera città degli angeli, e dice che la Ford Taurus è come lui: semplice fuori, forte dentro.
Leggi fra le righe: piango davanti ai fotografi così mi chiama Oprah Winfrey e se ho culo pure Barbara d’Urso che gli italiani ci passano la vita ad ascoltare ‘ste cazzate, e poi a guardarla bene ‘sta macchina è brutta, non ha neanche la presa USB per il mio I-phone, ma se dico che è brutta magari se la ripigliano allora viva Detroit, viva la Ford, la tengo tre mesi e poi con 350.000 dollari mi compro una casa di fronte alla fabbrica.

Morale della favola:
A) si può credere che questa sia una vera bellissima storia e quindi scusate se ho scherzato, Evviva James Robertson.
B) questa è una delle tante storie inventate da sapienti storyteller che lavorano nelle agenzie di pubblicità, e quindi il tutto si riduce solo a una ben costruita campagna pubblicitaria.